A Monterotondo con Montegrappa edizioni: Nocera Ombrosa e Mauro Carpa finalisti nel concorso letterario “metti un racconto a cena”.

La manifestazione di premiazione del concorso “metti un racconto a cena” edita da Montegrappa edizioni si è svolta il 26 Ottobre a Monterotondo, località nell’ entroterra laziale ricca di colline verdeggianti e di borghi arroccati su attrattivi cucuzzoli non solo per vetuste esigenze pratiche difensive, ma soprattutto per arginare il debordare delle acque che anticamente modificava radicalmente la morfologia del territorio. Presenti aspiranti scrittori da tutta Italia e persino dalla lontanissima Germania, con altissima qualità degli scritti e con sorprese inaspettate tipo il bellissimo racconto del tredicenne Giovanni Laricchia dal titolo “il mondo senza”. Certo gli scritti scelti nell’ inclusione antologica del volume sono tutti intriganti, innovativi e originali. Vediamo come presenta l’introduzione il direttore artistico Anna Ludovici che ha curato la selezione del materiale: una girandola di racconti ci accompagnerà in questa lunga cena letteraria: pennellate di natura, ricordi e sogni, visioni inquietanti, angeli e quasi suicidi…Humor e fantasia, leggerezza e corposità, un vagare trionfante, a volte insolente, mai noioso, tra i meandri della mente e dell’ anima dei nostri scrittori, che vi terranno compagnia, facendovi a volte riflettere, a volte sorridere, emozionarvi e stupirvi in questo lungo pasto serale. Buon Appetito! Il concorso è stato articolato come una sfida: riusciranno i nostri aspiranti scrittori a intrigare in uno spazio ristretto di sole due pagine i nostri commensali serali? La risposta è scontata, visto che la giuria, a causa della qualità elevata dei lavori pervenuti, si è vista costretta ad ampliare il podio a tre posti per farlo diventare di sei! Questa volta il detective più famosi di Collemosso (ovviamente non si deve sapere che questo particolare segugio abita a Colle di Nocera Umbra in realtà, ndr) deve risolvere un difficile caso di corruzione che vede coinvolto l’assessore alla cultura di Nocera Ombrosa (anche qui non si deve sapere che nell’ evocazione dell’ universo carpesco, questa località è la proiezione reale di un CAP realmente esistente, nello specifico 06025 ma non solo, ndr) il petulante Rocco Tamburini, in quel di Spoleto. La sfida mette in evidenza le suggestive bellezze di una località realmente esistente, Castagneto Alta, ma anche la sua dimensione isolata dovuto a un estraneante spopolamento e inutile dire che il crimine di cui si parla nella narrazione è funzionale per mettere in evidenza solo la cornice esterna dei luoghi in cui vive il detective, alter ego catartico dell’ autore. Mauro Carpa in Umbria si impone all’ attenzione dei critici nel luglio del 2018, vedi ad esempio https://www.umbriaway.eu/2018/07/08/premio-hombres-itinerante-e-cdg-ii-e-ultima-puntata-ringraziamenti/, anche se ufficialmente il CARPA DIEM romanzo presente in rete, con una avventura che lo coinvolge a Torino, lo battezza ufficialmente molto prima. Poi nel Settembre 2019 questa proiezione sgangherata dell’ autore fa di nuovo capolino, vedere per esempio il primo posto di Rieti https://www.umbriaway.eu/2019/09/15/premi-letterari-a-rieti-con-montegrappa-edizioni-il-cap-06025-sale-sul-podio-con-lo-strano-caso-del-grifone-di-giada/ e ora il detective continua a far parlare di sé con l’investitura ufficiale della premiazione di ieri. Che dire? Certi personaggi stanno in piedi da soli una volta che dopo mille vagiti vengono messi in pista. Tutto il ciclo di Carpa è accompagnato da una terribile presenza, quella del DRAGO, rappresentazione simbolica del terremoto, che con il suo aforisma principe, la minaccia é più forte dell’ esecuzione, promette potenziali disastri ogni volta che si risveglia da quei dieci-quindici anni di letargo. Se per la cultura occidentale il drago è da interpretarsi come qualcosa di malvagio e demoniaco, in questo racconto compare l’altra versione dell’ ossimoro, quella benefica della culturale orientale, che vede nel drago una creatura mitologica portatrice di fortuna e di buoni auspici, come sarà chiaro dalla lettura del racconto. A noi che lo abbiamo scritto questo noir gratta e vinci dal titolo IL RISVEGLIO DEL DRAGO piace molto, ma con spirito critico devo riconoscere che questa volta i miei colleghi hanno fatto meglio per entrare sul podio! Ecco l’incipit letto durante la premiazione per torturare (o allietare) i presenti:

Castagneto Alta è una Ghost Town situata a 1400 metri sopra Spoleto sulle falde del Monte Cattivo. Con quel nome sul navigatore avrei fatto bene a valutare seriamente di muovermi con maggiore cautela in un terreno per me sconsacrato, ma del resto che pericoli avrei potuto correre in un paesino con 4 case isolate che un tempo era stato una ridente località turistica e che solo ad Agosto riviveva i suoi fasti gloriosi grazie ad impavidi escursionisti? Con il senno di poi posso vedere con quale superficiale valutazione avevo trascurato il mio avversario, l’Assessore addetto ai beni culturali nella cittadina di Nocera Ombrosa, Rocco Tamburini. Un buon detective dovrebbe saper leggere i presagi, i tanti segni del destino che vengono sparsi davanti a lui come tante briciole di Pollicino, ma sulle insidie racchiuse in modo criptico dal cognome del mio potenziale carnefice, scoprii qualcosa solo nella tarda serata di quel Venerdì 17 maggio, quando di colpo entrando in un casolare segnato dal catasto a nome Tamburini, ricevetti una roboante colpo in testa che prometteva di mandarmi anzitempo al creatore. Quando mi risvegliai in uno scantinato buio e salmastro, capii che la triade rappresentata dal giorno del mese, più il cognome del mio indagato, più la località in cui si consumava il misfatto era tarata all’unisono per preannunciarmi una sicura tragedia, dal momento che la mia testa rimbombava esattamente come un tamburo. Non deve ingannare l’idea che ero entrato in una proprietà privata, dal momento che avevo regolare mandato da parte del Capitano Minniti, capo della caserma dei carabinieri di Nocera Ombrosa per operare come consulente esterno in virtù del fatto che Tamburini era il principale sospettato dell’omicidio di Egidio Capasso, noto gallerista locale, ritrovato morto due mesi prima nel suo atelier con la testa fracassata da un prezioso bucchero etrusco. Il tragitto che aveva portato all’identificazione del suo presunto assassino era stato tortuoso e solo grazie a quel colpo in testa subito da un attizzatoio capii che la pista che stavo seguendo era sempre stata azzeccata fin dall’inizio, in virtù di una successione di cause ed effetti in cui la pedina aveva finito per smaterializzarsi insieme a una preziosa collezione di ceramiche villanoviane, fino al momento in cui tutto era confluito verso quel casolare abbandonato. Di riflesso cercai l’arma, ma quando la nebbia confusa negli occhi svanì vidi nella penombra un gigante dissonante seduto di fronte che si trastullava con la mia Phantom. L’essere parlò…

Di sicuro essendo Mauro Carpa funzionale alle mie esigenze di divulgazione rispetto a qualche anomalia presente a Nocera Ombrosa, questa storia del noir appenninico è solo all’ inizio. Nel frattempo il plauso va come sempre a Montegrappa edizioni che ha saputo rivitalizzare con delle sfide avvincenti le necessità impellenti dei suoi autori nascosti nell’ oblio (certo per me è pià facile, avevo già brevettato la LETTERATURA CONDOMINIALE negli anni novanta) . Non solo finction, ma anche turismo perché quando si é invitati a celebrazioni ricche di eventi e di musica come quello di ieri (la premiazione articolata su più concorsi é durata tutto il pomeriggio) l’autore presente vede e conosce posti di cui non sospettava nemmeno l’esistenza! Nel frattempo Mauro Carpa che non vuole essere tumulato dalle forze del male senza combattere, ha già adocchiato la sua prossima performances, coming soon!




Il Coaching Sportivo. La mentalità vincente di un atleta, di Federico Di Carlo, &myBook edizioni

IL COACHING SPORTIVO. LA MENTALITÀ VINCENTE DI UN ATLETA di Federico Di Carlo, scheda internet https://www.andmybook.it/prodotto/il-coaching-sportivo-la-mentalita-vincente-di-un-atleta/, è una guida completa orientativa alle attività agonistiche finalizzata a raccogliere il massimo dalla pratica sportiva che è irta di difficoltà e di insidie. Il cervello è quanto mai complesso da guidare verso un risultato finale da raggiungere attraverso una serie di complicati passaggi intermedi oltre alla pratica del campo: l’allenamento fisico non deve essere disgiunto dalle buone pratiche della mente, che fin da subito, quando si intraprende qualsiasi disciplina, deve essere veicolata verso una serie di buone abitudini. Fortunatamente l’insieme delle problematiche che possiamo ritrovari in qualsiasi sport come tennis, golf, tiro al piattello ma anche il gioco degli scacchi ad alto livello passano lungo una palude lastricate di insidie che bisogna conoscere. Ecco allora comparire la figura del mental coach che va riabilitata in mezzo a tutto il labirinto di guru salvifici, venditori di fuffa e graduati pseudo professionisti con le pareti ricche di riconoscimenti accademici che promettono risultati strabilianti come per le diete dimagranti. Leggendo questo manuale di pronta consultazione il praticante di sport desideroso di migliorare le sue prestazioni non perderà sette kg in sette giorni e non riuscirà chiudendo l’ultima pagina a diventare campione del mondo nella sua disciplina, ma alla fine avrà chiari tutta una serie di meccanismi che spiegano come funziona il cervello e la psicologia di una atleta quando è sotto pressione ed fortemente sollecitato a cercare alibi per i suoi insuccessi. La prestazione sportiva ha bisogno di un lavoro multidisciplinare di conoscenza a partire da chi investe per perseguire un risultato finale. La famiglia di chi pratica sport se abbiamo da seguire un ragazzo ricco di potenziale deve viaggiare all’ unisono con tutto il personale che ruota intorno al potenziamento della prestazione e quindi oltre alla fisiologia degli allenamenti seguiti magari da personale addetto sono necessarie risorse che sbloccano l’atleta dalle sue performances negative quando si presentano. Pensiamo solo alle formule di autosabotaggio che può mettere in pratica qualsiasi cervello quando è sotto pressione, in fondo se rievochiamo le scenate tennistiche di gente come il celebre John McEnroe o casi più moderni ancora recenti come quelli di una rinata Serena Williams che un tempo non disdegnava di spaccare qualche racchetta a terra inveendo contro l’arbitro, capiamo subito come queste strategie autodistruttive siano solo un modo per scaricare una intollerabile pressione interna di fronte a un risultato che sta per favorire l’avversario. Il mental coach deve fare un lavoro abnorme, in primo luogo di conoscenza contestuale di come e dove opera il suo protetto, se si stratta di un giovane atleta deve trovare subito una immediata simpatia con la famiglia che deve organizzare le competizioni per esempio, ma deve preoccuparsi dopo aver visto e visionato tutto il quadro generale anche di costruire una mentalità forte forte nell’ atleta che alla fine del percorso dovrà essere completamente autonomo dopo il trasferimento di conoscenza. Murray ad esempio dopo un lungo lavoro con Lendl aveva trovato una rigorosa stabilità, ma a connubio disciolto, il suo gioco ne ha risentito nelle prestazioni verso la prima posizione ATP. Del resto in una famosa finale persa a Wimbledon da Nadal contro Federer poi riscattata negli anni con gli interessi, lo spagnolo confessa di aver pianto amaramente ma di aver appreso da quella lezione qualcosa di importante. Semplicemente la sua testa era partita durante le giocate decisive dell’ ultimo spezzone di gioco. Perché? Successivamente la paura di perdere e la pressione esercitata dai doveri agonistici e dalla tensione profusa del pubblico è stato un problema su cui lo spagnolo ha lavorato riuscendo a isolarsi completamente da queste interferente interne ed esterne, concentrandosi solo sul saper fare e sul voler essere, l’unico modo per arrivare alla logica conclusione finale, quella della prestazione vincente. Le procedure del cervello vanno esplorate e i processi cognitivi conosciuti, la nostra macchina non è in grado di elaborare con profitto più di sette bit alla volta e spesso si focalizza sul bicchiere mezzo vuoto anzichè su quello mezzo pieno. Il mental coach ristabilisce questo squilibrio e porta il suo assistito a mostrare solo quello che necessita in un rapporto di causa ed effetto per raggiungere la meta finale. Non è di nessuna utilità pratica ripetersi il mantra non ce la posso fare una presupposizione che porta inevitabilmente a un non ce la farò finale e quindi alla inevitabile sconfitta, mentre è molto più utile pensare a comportamenti adattivi durante il gioco che portano a un cambio di prestazione, trasformando una calamità in una opportunità per superare magari il letale dritto lungo linea dell’ avversario con palle corte alternate a palleggi sul rovescio altrui per esempio. Pensiamo solo a che cosa deve fare un tennista quando impatta la palla in frazioni di secondo millesimali, a quale sforzo istintivo di tipo fisico-animale deve farsi carico andando a replicare con colpi veloci ed accurati, automatismi che sono in allenamento sono possibili schedulare e far propri nella psicosomatica delle sensazioni. Il mental coach lavora moltissimo sulle neuroassociazioni e sulla decostruzioni, favorisce la nascita di ancore emozionali vincenti, sa bene quando far leva sul suo assistito per svincolarlo da parallelismi nefasti, come una cattiva dialettica con se stessi ereditata dai modelli culturali imperanti che spesso portano gli sportivi all’ abbandono della pratica agonistica in una società che implora all’ atleta solo di superare il limite massimo senza fermarsi ai gradini inferiori. Saper fare e saper essere, lo sa bene chi incapace di superare i sei metri nel salto in alto trova però il modo di superare il suo record personale da 5 e 30 a 5 e 40, con inevitabile gioia e distruzione di un limite che importante per se stessi e portatore di autostima e fiducia in vista dei prossimi traguardi. Un mental coach avendo a che fare con la conoscenza di materie come antropologia sociologia e psicologia sa bene che nella scatola nera delle persone accadono dinamiche oscure che occorre riportare alla luce per rendere consapevole l’atleta. Lo sport porta valori, fare bene le cose a prescindere anche se son si supererà mai l’asticella al traguardo dei sei metri significa rendersi partecipi di un miracolo avvenuto prima di tutto con se stessi, del resto la cronaca sportiva è piena di campioni che nelle finali di tiro al piattello non sono riusciti a centrare il podio alla prima occasione, ma che nel corso del tempo con la pratica costante e l’allenamento intensivo, sono riusciti a diventare imbattibili nelle competizioni successive. Un libro completo ricco di riferimenti scientifici e delle ultime tendenze del coaching sportivo, un manuale utile anche per chi cerca un professionista serio che operi in favore dell’ atleta, un vademecum che ben si accompagna anche ai lavori precedenti dell’ autore, orientati a risvegliare nell’ agonista di qualsiasi branca quel quid in più in grado di fare la differenza quando c’è in gioco un risultato eclatante. E se condideriamo che in fondo anche la vita di tutti i giorni non è altro che una competizione sportiva, chiunque da questo libro-metafora potrà trarre suggerimenti utili anche per conoscere meglio se stessi e in ultima analisi a migliorare la qualità del suo vissuto. Federico di Carlo ha sicuramente messo in piedi un campionario completo e accurato sulla pratica sportiva finalizzata al risultato, ricco di riferimento bibliografici e delle ultime novità scientifiche sviscerando un labirinto complesso, dove viene offerto al lettore una formula di orientamento per ritrovare la navigazione corretta verso porti sicuri. Il profilo dell’ autore di può raggiungere qui: https://www.andmybook.it/staff/di-carlo-federico/ mentre sul prodotto libro siamo allineati come sempre a un ottima percezione, tanto per restare in tema. Impeccabile infatti come sempre la confezione del prodotto curata da https://www.andmybook.it/pubblicare-libro-book-on-demand/ costola di Caravaggio editore, indirizzo internet: https://www.facebook.com/pubblicarelibrobookondemand/ .




Premi letterari a Rieti con Montegrappa edizioni: il cap 06025 sale sul podio con lo strano caso del grifone di Giada

umbrianoir

Con il primo posto nel concorso ORA TOCCA A TE Mauro Carpa detective privato che vive in vocabolo Collemosso risolvendo con la consueta perizia lo strano caso del grifone di Giada si aggiudica il podio dopo la selezione dei finalisti. Siamo alle prese con un pasticciaccio in perfetto stile hard boiled che vuole ricordare con rispetto il falcone maltese di Hammett, almeno nel titolo, anche se il il falcone maltese diventa grifone di giada per evidenti richiami al territorio. Non parliamo certo del premio Bancarella ma comunque fa piacere verificare che il sottovalutato e sconosciuto Pareto aveva ancora una volta ragione quando forgiando le sue leggi 80-20, asseriva come in questo caso, che l’ottanta per cento degli sforzi creativi che fai in genere confluiscono nel venti per cento di risultati. In effetti moltiplicando le 40 partecipazioni ai concorsi in due anni, e applicando Pareto dovremmo rispettare il numero otto in riconoscimenti ufficiali che scaturisce dalla percentuale indicata seguendo la formula dall’ economista. Mauro Carpa prima non c’era, adesso dopo la terza segnalazione ufficiale è legittimato ad esistere e a respirare e se ne sentirà ancora parlare nel bene o nel male (la seconda che hai detto?) visto che è in contatto con la Gotham City per eccellenza in Italia. Ma veniamo al resoconto della giornata dove l’autore è rimasto favorevolmente impressionato dalla bellezza dei luoghi reatini, dall’ ospitalità delle persone e dalla loro genuina immediatezza. In concomitanza con la fiera dell’ editoria indipendente, che si chiuderà oggi 15 settembre, Montegrappa edizioni, sempre vulcanica di idee e contenuti nei concorsi che propone al pubblico, invitava i suoi finalisti in questa per me sconsacrata località (da intendersi come città inedita sconosciuta mai vista che per arrivarci in treno devi pure rischiare un attacco indiano a Stroncone prendendo la diligenza da Terni, scoprendo poi che Stroncone si chiama così per stroncare i passeggeri quando devono aspettare estenuanti coincidenze per ripartire), ricca di storie e di iniziative turistiche in grado di amplificare le risorse sul territorio. L’obiettivo di http://montegrappaedizioni.com/ è quello di valorizzare lettori e potenziali scrittori, aiutandoli ad affinare il loro potenziale e il pubblico ha risposto bene, visto che oltre a Colle di Nocera Umbra (aho ma che stai a parlà de Los Angeles?) erano presenti finalisti da varie regioni d’Italia, da nord a sud. La presentazioni delle opere finaliste si è svolta con la formula del caffè letterario con il microfono in mano e il sottoscritto privo di un corso di public speaking da sfoggiare nel cv non è si è trovato proprio a suo agio di fronte a una nutrita platea di curiosi nel dover rispondere a un genere letterario se vogliamo inedito e bistrattato, quello della letteratura condominiale, che è una invenzione salvifica che leggittima tutti gli autori a sentirsi i più grandi scrittori del loro tempo almeno nell’ area circoscritta nel proprio condominio, se non va di sfiga ovviamente e al piano di sopra c’è la Murgia. Comunque dopo aver driblato le insidie del concorso pennelli e parole e il successivo tocca a te dove alla fine mi è stato riconosciuto il gradino più alto del podio, assistevo con curiosità alla presentazione delle opere della concorrenza, lette anche a stralci dagli organizzatori, rimanendo impressionato dalla qualità dei partecipanti, della loro ricchezza interiore e dalla loro bravura e capacità nel saper materializzare forme tra le più svariate e bizzarre, un humus fertile che segna anche la perfetta riuscita della manifestazione di Montegrappa edizioni, che sa scavare nel sottosuolo con i suoi concorsi per riportare alla luce anfratti inesplorati. Poi come spesso accade nelle manifestazioni letterarie (ma non solo) dove si incontrano da tutta Italia perfetti sconosciuti pieni di (potenziale) talento ecco affiorare tra i partecipanti personaggi inediti che sanno coniugare musica e parole a livello professionistico: è il caso di JEB per esempio, che oltre ad avere una spiccata sensibilità nella composizione poetica ma non solo, si pone anche come cantante live, autore di musiche e melodie e incontri tematici, noti sono i suoi interventi radiofonici. In rete è un artista molto presente, vedere ad esempio https://musicadalvento.wordpress.com/, https://jebartemusica.wordpress.com/ o https://www.youtube.com/channel/UC3Yks8zN-F0cdKp441_XXSw o anche https://www.amazon.it/JEB-POESIE-VENTO-GIUSEPPE-LAVERMICOCCA-ebook/dp/B078KWDZJ3. Insomma poi quando si porta a casa pure un podio la giornata viene farcita da mille stimolazioni ambientali reatine con in più anche la ciliegina sulla torta (senza un occhio attento alle misurazioni e ai risultati da ottenere qualsiasi attività senza gratificazioni non è destinata a durare a lungo). Pertanto seppure infastidito da queste interviste (ah, ah colpa del segno zodiacale misantropo o delle influenze nefaste di località borderline presenti in prossimità della residenza del citato Carpa). A rendere tutto perfetto e funzionale non poteva mancare che una giornata stupenda condita dal re sole (non Luigi IV), quindi grazie a Montegrappaedizioni momentaneamente (e no devo ancora arrotondare la percentuale di Pareto!) e bravi tutti i laziali nel riuscire a coniugare queste belle iniziative dove cultura, turismo e qualità tutte vengono valorizzate a comporre un cocktail vincente. A si nello specifico devo ringraziare gli organizzatori anche per aver estrapolato dal mio testo sul concorso pennelli e parole solo la parte leggibile introduttiva che si capiva ed era legale, censurando il seguito alla Bukowski, altrimenti tutto il mio pedigree stilistico continuando a leggere la parte finale sarebbe stato sminuito (dalle stelle alle stalle nel giro di poche proposizioni tradotto, ndr). In giornate come questa non possono mancare divertenti aneddoti. Devo ringraziare anche quella partecipante che avvicinandosi a un certo punto con un libro della rassegna pennelli e parole pretendeva da me una firma come autografo sul racconto, ho dovuto spiegare alla signora che nella scrittura condominiale nessun autore è famoso e che quindi fra diversi anni non poteva certo rivendere quella firma su ebay per diventare miliardaria, ma la sventurata ha insistito per identificarmi come autore proprio di quel sacrilego racconto che non è certo al ivello del famoso cagnolino rise di John Fante. Al prossimo appuntamento con le divertenti e utili iniziative di http://montegrappaedizioni.com/. Buona lettura e scrittura a tutti!




Zenit e Nadir nella prosa circolare di Buzzati: quando gli estremi si toccano e diventano complementari

umbrianoirIl deserto dei tartari è uno dei capolavori del maestro Dino Buzzati, opera simbolica, racconta di un giovane militare virgulto assatanato di combattimenti e vittorie che si trova per tutta la vita in attesa di grandi scontri che non arriveranno mai, sino a passare dalla rassicurante figura materna degli inizi della sua carriera di ufficiale a quella della falciatrice a fine carriera. In questo arco di tempo che gli consuma tutta una vita il vero nemico agognato da sempre si manifesta all’ improvviso quasi a insaputa del protagonista (Giovanni Drogo) in una camera d’albergo che simmetricamente chiude nel romanzo l’incipit che nasce sempre in una camera, ma più rassicurante rispetto a quella vissuta alla fine. Stranamente si verifica in questo ricongiungimento nella volta celeste narrativa tra ideali zenith e nadir un miracolo di struttura circolare: all’ infelicità iniziale o se vogliamo inquietudine (che estrapoliamo dalla frase “si guardò allo specchio, ma senza trovare la letizia che aveva sperato“) si conquista alla fine un imprevedibile e sperato senso di serenità (“nel buio, benché nessuno lo veda, sorride“) a formare una sorta di complementarietà architettonica, che deforma la simmetria degli estremi e rimette il kasos iniziale al suo posto precostituito.

L’incipit del il deserto dei Tartari:

Nominato ufficiale, Giovanni Drogo partì una mattina di settembre dalla città per raggiungere la Fortezza Bastiani, sua prima destinazione. Si fece svegliare ch’era ancora notte e vestì per la prima volta la divisa di tenente. Come ebbe finito, al lume di una lampada a petrolio si guardò allo specchio, ma senza trovare la letizia che aveva sperato. Nella casa c’era un grande silenzio, si udivano solo piccoli rumori da una stanza vicina; sua mamma stava alzandosi per salutarlo. Era quello il giorno atteso da anni, il principio della sua vera vita. Pensava alle giornate squallide all’Accademia militare, si ricordò delle amare sere di studio quando sentiva fuori nelle vie passare la gente libera e presumibilmente felice; delle sveglie invernali nei cameroni gelati, dove ristagnava l’incubo delle punizioni. Ricordò la pena di contare i giorni ad uno ad uno, che sembrava non finissero mai.

Epilogo:

«La camera si è riempita di buio, solo con grande fatica si può distinguere il biancore del letto, e tutto il resto è nero. Fra poco dovrebbe levarsi la luna. Farà in tempo, Drogo, a vederla o dovrà andarsene prima? La porta della camera palpita con uno scricchiolio leggero. Forse è un soffio di vento, un semplice risucchio d’aria di queste inquiete notti di primavera. Forse è invece lei che è entrata, con passo silenzioso, e adesso sta avvicinandosi alla poltrona di Drogo. Facendosi forza, Giovanni raddrizza un po’ il busto, si assesta con una mano il colletto dell’uniforme, dà ancora uno sguardo fuori della finestra, una brevissima occhiata, per l’ultima sua porzione di stelle. Poi nel buio, benché nessuno lo veda, sorride.»




Lo strano caso del grifone di giada, Mauro Carpa da Nocera Ombrosa colpisce ancora!

Il fascino dei Sam Spade e del suo autore Dashiell Hammett (perseguitato dal maccartismo e morto nella miseria, questo non va dimenticato, personaggio che di guerre ne aveva attraversate due da protagonista attivo) poi convertito in chiave cinematografica con il mistero del falco dove compare il prototipo di investigatore sferra pugni anni trenta Bogart con la sua sigaretta agli angoli della bocca, tutto il caos provocato dal falcone maltese pubblicato a puntate nella celebre rivista the Black Mask negli anni trenta che fece la fortuna di molti scrittori esordienti poi diventati immortali, non deve ingannare con la quinta affermazione annuale di Umbriaway Consulting che catapulta per la terza volta fuori dai confini regionali la cupa Nocera Ombrosa e il personaggio di Mauro Carpa detective privato dalla concezione nichilistica ma propositivo nel risolvere casi impossibili, notato da un concorso della Montegrappa edizioni. Così come tributo a dei giganti sulle spalle dei nani, il falcone diventa il simbolo di Perugia, il famigerato rapace grifone, ma ciò non toglie che di fatto ci sia ben poco di lineare nello svolgimento della trama, esattamente come accadeva nelle sceneggiature corpose dei primi cult movie sul genere, dove un trambusto di personaggi comparivano sulla scena per fare tanto rumore creando confusione a go go! Ecco dunque come MC risolve brillantemente “lo strano caso del grifone di Giada“, dove il crimine non è finalizzato a smascherare il colpevole con una fine indagine da intellettuali elitari, ma funzionale solo a legittimare gli sfaceli delle miserie del sistema, ovvero la globalizzazione a pozzanghere liquide bce che tanto poco piace a Carpa come modello di sviluppo:

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Ero felice di aver scelto quel giorno particolarmente freddo per prendere quella decisione. Il caldo mi avrebbe ottenebrato la mente. Respiravo l’aria salmastra a pieni polmoni, mentre la City Eye di Salerno ruotava placidamente sul lungomare. Girai la testa verso Vietri, invidiandola.

– Beata te che sei sempre sul mare! – pensai tristemente. Arrivò in ritardo come sempre.

– Scusami! –

– Non preoccuparti. Mi stavo godendo il panorama. Camminiamo? –

– Certo! Ma lasciati baciare! Senza di te non so proprio come avrei fatto a risolvere il caso! –

Il caso a cui si riferiva era quello del grifone di giada, un antico manufatto fatto fare in Persia intorno al 1230 da Federico II di Svevia e finito all’asta da Christie’s per la modica cifra di 15 milioni di dollari. L’acquirente, un ricco magnate indonesiano esportatore di tessuti, di cui Vietri era la referente linguistica per le transazioni e la buona riuscita del business, però non aveva mai ricevuto alcunché essendo il prezioso gioiello sparito la notte precedente alla formalizzazione giuridica del cambio di proprietà. Ovviamente “il monco” un pericoloso pregiudicato residente a Salerno, un professionista nel settore, aveva tentato di far arrivare il grifone fino in Russia dove un mercante poco avvezzo alla fatturazione elettronica, aveva già predisposto come far arrivare nelle mani giuste l’oggetto a un misterioso collezionista. A mettere le mani sul monco ero stato io, ma la domanda che tutti a questo punto farebbero a Vietri potrebbe essere “spiegami perché tu e il monco siete nati entrambi a Salerno pur facendo attività diametralmente opposte, il criminale di rango lui e la traduttrice di lingue te medesima”, invece dissi soltanto:

– Ho portato i documenti da dare al tuo cliente, così può legittimare il passaggio di proprietà del grifone, qui trovi la copia del verbale dell’interrogatorio, dove il monco confessa di aver prelevato il prezioso cimelio e anche le testimonianze incrociate degli intermediari che hanno partecipato al colpo, manca solo il nome del committente, ma il monco è stato chiaro in proposito, dal suo punto di vista semplicemente non ci sono mandatari e ha agito da solo ma io non gli credo –

Le mie parole crearono una sacca di vuoto e tensione sulla sabbia che a quell’ora era poeticamente gremita da gabbiani in transito che ricordavano felici di correre nel cielo liberi e senza inganni, quanto poteva essere bella e semplice la vita. Vietri mi guardò sorridendo e io mi sciolsi come sempre quando lei entrava in modalità “io sono bellissima e tu sei mio, sia per avere quello che mi serve o anche per completare altro”. A quell’altro io non ci ero mai arrivato, anche se lo avevo sognato. La ragazza sui trenta era nel pieno della maturità di donna, con tutte le curve nel posto giusto e due stupendi occhi verdi fiammeggianti in risalto su una carnagione abbronzata impreziositi da superbi capelli corvini da strawamp. Avrebbe potuto fare qualsiasi cosa nella vita, soprattutto la modella, invece aveva scelto di essere soltanto una esperta linguistica per traduzioni internazionali e missioni specialistiche per le transazioni di affari. Qualsiasi tipo di affare. Anche quelli che sconfinavano nel campo delle intermediazioni su oggetti antichi di rilevanza storica planetaria. Mi parlò mentre prendeva i documenti che io gli porgevo:

– Allora vuol dire semplicemente che il Monco dice quello che dice e che non ci sono mandatari, sentenziò lei e comunque non ti ringrazierò mai abbastanza per quello che hai fatto, hai districato una bella matassa, ma come hai fatto ad arrivare al Monco e a recuperare l’oggetto? –

– Bè se ti sei rivolta alla Mauro Carpa investigazioni è perché non avevi dubbi sulla buona riuscita dell’operazione, altrimenti avresti il tuo cliente avrebbe ripiegato su una seconda scelta. Ti dico dopo, adesso accompagnami fino al parcheggio e godiamoci questo stupendo anfratto di città, da noi in Umbria abbiamo solo versanti appenninici intrisi di verde e anche agitati da insani tremori di sottofondo –, conclusi abbacinato da così tanta bellezza non certo riferita al paesaggio.

umbrianoirConoscevo Vietri dai tempi dell’università, l’avevo conosciuta in un campus e seppure ai tempi stessi cavalcando un onda completamente diversa dalla sua, con i miei studi in psicologia, il suo dialetto meridionale e garbato che la relegava a salernitana doc, aveva fatto breccia nel mio cuore e sulla mia rubrica telefonica, evidentemente anche per lei, perché dopo qualche anno mi aveva cercato per risolvere un problema non da poco. La spiaggia salernitana ci camminava a fianco sorniona ricca di aspettative. Il tramonto era uno spettacolo esclusivo da non perdere per chi sapeva decodificare la bellezza di esistere. Mancava poco al parcheggio, incominciai a preparare il gran finale.

– Certo che dal Monco non me lo aspettavo! Come supporto logistico per smaterializzare l’urna da Christie’s è andato a scegliere un ragazzino appena assunto come guardiano, prendendo in ostaggio la sorella. A farli parlare é stato un attimo anche se erano terrorizzati per le conseguenze, il Monco li aveva proprio spaventati a dovere. E comunque il lavoro sporco lo hanno fatto una ciurma di rumeni poco affidabili, con dei tatuaggi sul collo fin troppo riconoscibili, da lì incrociando con l’interpool il database dei criminali in attività siamo risaliti alla banda, che però era stata contattata solo con una transazione via internet. Insomma una missione suicida piena di pecche, alla fine uno dei rumeni scaltro nel campo della sicurezza informatica è entrato nel computer del geometra Carletto Sinagra, in arte il Monco, raffinatissimo fuorilegge noto per il suo codice etico, con residenza a Salerno e lo abbiamo costretto a spifferare. Ma soprattutto abbiamo recuperato il “pacco” sulle sponde del Danubio prima che scomparisse per sempre. Ma ancora qualche conticino non torna…-

Nel frattempo eravamo arrivati al parcheggio e lei mi consegnò la busta con i diecimila euro concordati in pezzi da 500 come parcella per il lavoro eseguito in tempi ultrabrevi, avevamo concluso l’inchiesta in meno di un mese. Chi l’aveva mai visti pezzi di filigrana così corposi in termini di valore? Di questi due terzi se ne erano andati solo per le spese vive, per lubrificazione di ingranaggi e conoscenze specialistiche e costi di viaggio. Pazienza quello che rimaneva era una miseria, ma la mia azione di attacco alla giugolare di Vietri non era finita:

-Vedi c’è proprio una cosa che non mi va giù, questa cosa del tassello finale, manca la supermente criminale che ha messo in piedi questo business!-, dissi giunto ormai a ridosso della mia scassatissima seicento grigia, che avevo trascinato fino a Salerno partendo da Nocera Ombrosa.

-Semplicemente non c’è quindi non ci pensare goditi il tuo meritato compenso!-, disse lei ammiccando ma inaspettatamente giunse a interrompere il siparietto una gazzella dei carabinieri dal quale scese un signore alto gentile che si presento come capitano Minniti. Vidi Vietri sbiancare mentre lui articolava la logica conclusione di quel dramma teatrale:

-Adele Vietri? Cortesemente dovrebbe seguirci in caserma, abbiamo recuperato il vero grifone di Giada in una cassetta di sicurezza a Bucarest intestata alla signora Cezarina Ionesco, abbiamo recuperato anche i video dei sistemi di sicurezza, seppure leggermente ritoccata e con i capelli biondi e occhiali scuri abbiamo l’assoluta certezza che lei la scorsa settimana aveva predisposto uno scambio tra grifoni in zona Danubio, con modalità che adesso ci spiegherà meglio in questura –.

La vita può essere crudele a volte, lei continuava ad essere bellissima anche da criminale e anche se ostentava adesso delle emozioni di odio istintive nei miei confronti con il suo grazioso musetto, io non ero turbato, ma nel mio lavoro non sopporto di essere raggirato. E comunque Salerno continuava ad essere stupenda, malgrado tutto.




Tecniche di lavorazione e produzione della ceramica: il RAKU

Riassunto delle puntate precedenti di FABILANDIA topic ceramica umbria:

1 – genesi antidiluviana: https://www.umbriaway.eu/2019/03/03/al-brillo-parlante-con-la-ceramica-di-fabiola-bisciaio-brevi-cenni-storici-sulla-ceramica/

2 – ceramica villanoviana: https://www.umbriaway.eu/2019/02/23/la-ceramica-questa-sconosciuta-3-ceramica-villanoviana/

3 – bucchero etrusco: https://www.umbriaway.eu/2019/01/07/la-ceramica-questa-sconosciuta-2-il-bucchero/

4 – tecnica decorativa della corda secca: https://www.umbriaway.eu/2018/09/29/la-ceramica-questa-sconosciuta-1-la-tecnica-decorativa-della-corda-secca/

5 – tecniche di lavorazione e produzione della ceramica, foggiatura e biscottatura: https://www.umbriaway.eu/2019/04/05/la-ceramica-questa-sconosciuta-5-parliamo-di-foggiatura-e-biscottatura/

6 – tecniche di lavorazione e produzione della ceramica, smaltatura: https://www.umbriaway.eu/2019/05/11/tecniche-della-ceramica-la-smaltatura/

7 – tecniche di lavorazione e produzione della ceramica, la decorazione: https://www.umbriaway.eu/2019/06/26/il-mondo-della-ceramica-di-fabilandia-la-decorazione/

Questo è l’ ultimo appuntamento con la ceramica e vorrei parlarvi di una tecnica sempre più diffusa nel mondo occidentale: il Raku. L’ origine del Raku è legata alla filosofia Zen e all’ influenza che il buddismo ha avuto nella cultura giapponese. Anche se sembra strano, possiamo dire che l’ origine della ceramica Raku proviene dalla creazione di una tazza per la cerimonia del tè, intorno al XVI sec. RIKYU , era il nome del maestro della cerimonia del tè vissuto in Giappone proprio nel secolo sopra citato. Dobbiamo sapere che la cerimonia del tè era importantissima; infatti il tè che si credeva avere virtù medicinali, era molto raro e veniva usato dai monaci buddisti per vegliare durante le meditazioni: si trattava di offrire una ciotola di tè ( prima solo monaci, poi d’ uso comune tra nobili, mercanti,militari). Questa offerta è considerata simbolo di raggiungimento di un’ armonica bellezza, pace e tranquillità tra l’ ospite e il padrone di casa. Sotto questa ottica acquistano importanza tutti gli utensili usati per la cerimonia. Si crea tutto un artigianato per la produzione di queste ciotole per il tè. La famiglia RAKU è la prima che ebbe la concessione feudale per la produzione di utensili per cerimonie; famiglia che tramanda questa tecnica da padre in figlio.Sempre in questo periodo (XVI sec.) un ceramista di Kyoto usò per produrre ciotole, la stessa tecnica che usava per produrre tegole e cioè ARGILLA ricca di SABBIA SILICEA: ARGILLA REFRATTARIA e un nuovo tipo di forno:PICCOLO FORNO PER UNA COTTURA RAPIDA. Dalla combinazione di queste novità si arriva alla possibilità di ESTRARRE I PEZZI INCANDESCENTI dal forno. Durante il nostro secolo c’ è stata la diffusione del Raku in occidente e a questo punto avviene la differenziazione della ceramica Raku dal tipo giapponese a quello occidentale Raku giapponese: realizzazione del pezzo, con le procedure già viste negli articoli precedenti ( biscottatura, smaltatura), cottura veloce, estrazione e raffreddamento all’ aria Raku occidentale: realizzazione pezzo, biscottatura, smaltatura, cottura veloce, estrazione ed eventuale ossidazione (in questo caso si ottengono pezzi con screpolature) o riduzione( qui si creano lustri e riflessi), raffreddamento in acqua. La cottura va ad una temperatura di 980°C.

Personalmente ho assistito a questo meraviglioso fenomeno della cottura della ceramica Raku…in più occasioni e vi assicuro che suscita emozioni forti e rimani folgorato da questa tecnica che produce pezzi di originale e formidabile bellezza.In Settembre scorso ho partecipato a un corso a Montecastrilli (TR) e ho scattato alcune foto di cui vi voglio far partecipi. Nella gallery si vede il pezzo finale nella prima foto poi in sequenza abbiamo estrazione dei pezzi incandescenti, il pezzo viene fatto rotolare e raffreddare sulla sabbia, pulitura e pezzo finale

Fabilandia è contattabile in rete all’ indirizzo https://www.facebook.com/fabilandia.fabilandia oppure informazioni sono reperibili all’ indirizzo https://www.umbriaway.eu/fabilandia_ceramic_history/ oppure https://www.umbriaway.eu/fabiola-bisciaio-ceramica-umbria/




Da vedere a Gubbio Guerre Stellari Temporary Museum

Ti serve un consulto con Yoda per risolvere un problema irrisolvibile che necessità di interventi zen miracolosi? A Gubbio cercano di imbrigliare la Forza materializzata sui grandi schermi da George Lucas per piegarla a iniziative proattive. Guerre Stellari Temporary Museum 2019 è una mostra da vedere attiva fino a Settembre, per ulteriori ragguagli sulla sede e contenuti espositivi che comprendono pezzi privati di collezionisti che hanno ispirato un universo multidisciplinare vedere http://www.guerrestellarigubbio.it/ . In Italia Guerre Stellari arrivò il 20 ottobre 1977, il suo successo fu immediato, restò in testa ai botteghini per quasi un anno. Negli Stati Uniti era il 25 maggio 1977, quando Star Wars uscì nelle sale cinematografiche dove arrivò a incassare 461 milioni di dollari. In Italia la pellicola arrivò il 20 ottobre dello stesso anno quando il film uscì, inizialmente solo in alcune città, con il titolo di Guerre Stellari. Il successo fu immediato: restò in testa ai botteghini per quasi un anno. La saga cinematografica creata da Lucas è tutt’ora in continua evoluzione, ma quella originale ha avuto più riscontri di pubblico di tutte. La storia racconta le avventure dle giovane Skywalker durante il dominio dell’ Impero Galattico. Da sapere che il Maestro del consiglio dei Jedi ha anche un primo nome. Infatti Yoda doveva chiamarsi Minch Yoda, ma George Lucas, autore della saga, decise di lasciare solo il cognome per avvolgere il personaggio in un alone di mistero. Altre curiosità interessano il Gran Maestro. Infatti, questo in principio doveva assomigliare a una scimmia. Successivamente l’idea fu abbandonata e per i lineamenti del personaggio ci si ispirò a quelli di Albert Einstein. Altri personaggi come Han Solo, Luke e la Forza erano stati immaginati in modo totalmente diverso da come li conosciamo. Il primo doveva essere un alieno, Luke una ragazza e la forza un grande cristallo. Una battuta frquente è la frase “ho un brutto presentimento” che è un marchio di fabbrica ripetuto in vari episodi della saga. Altri personaggi simbolo del cult movie sono gli ewoks che parlano un mix di tibetano e napalese. In origine gli abitanti della luna boscosa di Enor avrebbero dovuto parlare un dialetto zulu contraffatto. Il designer del suono Ben Burtt decise invece di ispirarsi ad un documentario della BBC sul napalese e le lingue calmucche, dando origine al linguaggio degli ewoks. Sul termine Jedi c’è molto da dire, pare infatti che deriverebbe dal giapponese. Lucas si ispirò alla parola “Jidaigeki” che indica i cosiddetti “period drama”, diretti dal regista giapponese Akira Kurosawa, punto di riferimento di George Lucas. Molti “reperti” della mostra arrivano dalla collezione privata la bettola di Yoda, indirizzo internet https://www.facebook.com/bettoladiyoda. Mostra da vedere se non altro per rispondere alla domanda base come nasce un mito come Guerre Stellari partorito da Lucas che ha forgiato migliaia di appassionati sostenitori a livello mondiale. Come sostiene Yoda visitando il museo farai il primo ingresso verso un mondo più vasto, sentirai la forza scorrere fluida intorno a te!




Progettare Web App con Angular 8

Vediamo con un approccio pratico come funziona il framework JS più famoso e richiesto dal mercato in questo momento, Angular, indirizzo https://angular.io. Wikipedia semplifica in questo modo: è un framework per applicazioni web open source, principalmente sviluppato da Google e dalla comunità di sviluppatori individuali, nato per affrontare le molte difficoltà incontrate nello sviluppo di applicazioni su singola pagina. Ha l’obiettivo di semplificare lo sviluppo e il test di questa tipologia di applicazioni fornendo un framework lato client con architettura MVC (Model View Controller). Il framework lavora leggendo prima la pagina HTML, che ha incapsulati degli attributi personalizzati addizionali (esempio: ng-controller), interpretando questi attributi come delle direttive (comandi) per legare le parti di ingresso e uscita della pagina al modello che è rappresentato da variabili standard JavaScript. Il valore di queste variabili può essere impostato manualmente nel codice o recuperato da risorse JSON statiche o dinamiche. E ora tuffiamoci nella parte pratica applicando poche parole ma comandi diretti. E’ bene ricordare che la shell per i comandi di riga in windows si richiamano con cmd da striscia di comando esegui mentre in linux rispetto ai comandi sotto elencati si precede il tutto con la formula “sudo“. Con il comando npm install -g @angular/cli si sfrutta la potenza del modulo di gestione moduli di node (NPM) per installare l’ultima versione di Angular. E’ probabile che alla fine dell’ installazione npm proponga un auto aggiornamento con il comando: “npm i npm“. A questo punto creo una cartella per i miei progetti in una posizione specifica e dopo essermi posizionato su di essa, darò il comando ng new my-dream-app. Se arriva l’avviso che node è da aggiornare andare nella root precedente sotto utente e dare il comando per la compatibilità di node con angular: npm install -g update-node; se persiste lo stesso messaggio andare su https://nodejs.org/en/ e installare the last versions! A questo punto il comando che crea l’APP funziona e inizierà a chiedere se vogliamo integrare il modulo routing e che tipologia di CSS vogliamo inserire, noi diciamo no alla prima opzione e lasciamo di default CSS. Il processo di installazione durerà un pò perchè è necessario creare tutta una serie di dipendenze e di moduli per far funzionare il tutto. Alla fine di tutto il software dirà: added 1078 packages from 1045 contributors and audited 17111 packages in 241.028s, found 0 vulnerabilities. A questo punto mi posiziono dentro la cartella e darò il comando: ng serve che inizializzerà la mia app alla visualizzazione su browser tramite localhost, infatti alla fine del comando mi verrà restituito il messaggio: angular Live Development Server is listening on localhost:4200, open your browser on http://localhost:4200/ e alla fine ci troviamo a rispondere positivamente anche alla domanda critica se esistono le gioie per gli sviluppatori, certo ecco infatti che cosa abbiamo ottenuto alla fine di tutto questo burrascoso processo, fatto di ostacoli e di aggiornamenti, sovrascritture e dipendenze modulari:

A questo punto il passo successivo è procurarsi un buon editor per modellare il codice tipo web storm o visual studio code, però nel frattempo diamo un occhiata anche alla parte fisica pragmatica creata dopo una serie di comandi se vogliamo astratti e surreali, infatti posizionandoci all’ interno della cartella creata vedremo il seguente schema, dove naturalmente all’ interno della cartella node_modules si vedrà aprirsi un mondo:

Ora dobbiamo capire la struttura e le dipendenze presenti nei file package.json ma la nostra APP si può modellare nel suo SRC (source) e APP dove abbiamo file critici come app.component.html che intuitivamente ci dice a cosa serve: se infatti da localhost:4200 proviamo a modificare il testo della pagina e dell’ HTML precedendo con un ciao i messaggi standard e salvando, scopriremo che la pagina si aggiorna automaticamente con il nuovo contenuto:

In app.component.ts ho anche la possibilità di modificare il contenuto della variabile {{title}} per esempio ma anche di vedere la collocazione delle directory correnti che ospitano i file critici per le modifiche come quello HTML visto precedentemente, ma anche il CSS per esempio. A questo punto è utile vedere come differisce il sorgente rispetto a una pagina HTML tradizionale:

Da notare i marcatori tipo <app-root></app-root> per esempio e le numerose librerie js linkate per rendere eseguibile l’applicazione a runtime. Se andiamo sul nostro codice alal voce app.component.ts scopriremo che la voce è settata nella riga selector: ‘app-root’, ovviamente nella root del folder nel file index.html mi ritroverò la dicitura <app-root></app-root> come da visualizzazione del codice sorgente. A questo punto cimentiamoci in una cosa apparentemente molto complicata, voglio creare una casella di testo che nella parte inferiore nella prima fase mi farà vedere il contenuto della variabile nome settata in app.component.ts (basterà modificare il title in nome e assegnare un valore). Ovviamente non è questo che vogliamo, perchè dinamicamente abbiamo bisogno che prima la casella di testo abbia un contenuto per poter essere catturato poi nella parte inferiore, vediamo quindi come fare per la prima parte. Il file app.component.html si trasformerà in:

<input type=”text”>
<p>{{nome}}</p>

Così però mi ritrovo una situazione statica dove non riesco a catturare dinamicamente il contenuto della casella di testo, quindi dovrò fare delle operazioni preliminari come aggiungere la direttiva che introduce questa opzione che però va prima aggiunto al componente modulo, quindi nello specifico app.component.html diventa:

<input type=”text” [(ngModel)]=”nome”>
<p>{{nome}}</p>

Ovviamente se scriverò un nome nella casella di testo non succederà nulla in quanto adesso dovrò lavorare sul file app.module.ts e in particolare includendo le righe di codice per rendere la direttiva eseguibile, quindi le righe:

import { FormsModule } from ‘@angular/forms’;

e FormsModule sempre nel file app.module.ts:

imports: [
BrowserModule,
FormsModule
],

A questo punto la casella di testo di default prende il valore predefinito ma cambiando il contenuto della casella di testo ci accorgiamo che dinamicamente il tutto sarà aggiornato in tempo reale. Come primo approccio ad Angular può bastare, è sufficiente far quadrare il cerchio con le istruzioni sopra elencate e con i mini obiettivi raggiungibili tramite schermate.

 




Il mondo della ceramica di Fabilandia: la decorazione

Riassunto delle puntate precedenti di  FABILANDIA topic ceramica umbria:

1 – genesi antidiluviana: https://www.umbriaway.eu/2019/03/03/al-brillo-parlante-con-la-ceramica-di-fabiola-bisciaio-brevi-cenni-storici-sulla-ceramica/

2 – ceramica villanoviana: https://www.umbriaway.eu/2019/02/23/la-ceramica-questa-sconosciuta-3-ceramica-villanoviana/

3 – bucchero etrusco: https://www.umbriaway.eu/2019/01/07/la-ceramica-questa-sconosciuta-2-il-bucchero/

4 – tecnica decorativa della corda secca: https://www.umbriaway.eu/2018/09/29/la-ceramica-questa-sconosciuta-1-la-tecnica-decorativa-della-corda-secca/

5 – tecniche di lavorazione e produzione della ceramica, foggiatura e biscottatura: https://www.umbriaway.eu/2019/04/05/la-ceramica-questa-sconosciuta-5-parliamo-di-foggiatura-e-biscottatura/

6 – tecniche di lavorazione e produzione della ceramica, smaltatura: https://www.umbriaway.eu/2019/05/11/tecniche-della-ceramica-la-smaltatura/

Salve a tutti!!!

Siamo alla fase conclusiva della parte tecnica della ceramica. Come già accennato nel precedente articolo https://www.umbriaway.eu/2019/05/11/tecniche-della-ceramica-la-smaltatura/ questa è la parte più noiosa, ma necessaria se si vuole entrare e capire il vastissimo mondo della ceramica.

Parliamo della DECORAZIONE.

Precedentemente si è parlato della decorazione sottocristallina, cioè il biscotto viene dipinto e poi ricoperto con uno strato di cristallina e della decorazione soprasmalto, cioè l’oggetto smaltato viene decorato e non è necessaria la copertura con cristallina.

Ma come si decora un pezzo di ceramica?

Principalmente in due modi: 1) a mano libera 2) a spolvero.

Nel caso che decoriamo a mano libera, si deve usare una matita morbida, 6b o 9b; è importantissimo usare poca pressione per non rovinare lo smalto. La traccia della matita poi in cottura sparirà. Di solito il disegno a matita non è consigliato per decori complessi.Quando abbiamo a che fare con grandi e difficili decorazioni si ricorre allo spolvero.

Lo spolvero è una tecnica che consiste nel battere sopra un disegno realizzato con carta sottile e traslucida ( può andare bene anche quella usata dalle sarte per i loro cartamodelli) con un BATTISPOLVERO, cioè una tela di stoffa chiusa a sacchetto contenente polvere di carbone. Quindi…come si prepara lo spolvero? Si ricalca un disegno con un pennarello a punta sottile sulla carta lucida che sarà poi battuta con il battispolvero. Una volta ricalcato il disegno si capovolge il foglio, con la parte disegnata rivolta verso il basso, poggiando su un supporto morbido. Ora con un punteruolo, piuttosto fino, lungo i contorni del disegno si bucano tanti forellini, uno accanto all’altro.

Penso che alle scuole materne o alle elementari tanti ( perlomeno quelli della mia età…mmmmm) abbiano eseguito questo lavoretto!!! Ora si appoggia il foglio col disegno sull’oggetto che dobbiamo decorare e con il battispolvero si danno dei colpetti leggeri per far passare la polvere di carbone attraverso i forellini.

Il disegno è riportato sul pezzo di ceramica; con il pennello a punta fine si iniziano a ripassare i contorni.Questo è un momento delicato perchè il tratto deve essere leggero e non scuro ( purtroppo la ceramica non perdona e in cottura si vedono tutti i difetti). Personalmente vado con un arancio diluito appena col marrone. Ora sbizzariamoci con i colori, seguendo sempre il disegno preso in considerazione. Terminato il disegno su ceramica, come spiegato nel precedente articolo, l’oggetto viene ricoperto dalla cristallina se lavorato sul biscotto o messo in cottura se si tratta di un pezzo già precedentemente smaltato. Finalmente!!!!

E’ arrivato il momento di infornare il nostro lavoro e portarlo alla seconda cottura. La cottura va dai 920° ai 980° gradi circa. Di seguito illustro alcuni miei lavori che sintetizzano tuto ciò detto fino ad ora.

TERZO FUOCO:
La tecnica di decorazione detta ” Terzo fuoco” consiste nel decorare un oggetto che ha avuto la seconda cottura ( quella di cui si è parlato sopra). Si tratta di colori speciali che generalmenre cuociono a temperature più basse: 700° se si tratta di maiolica, 820° se si tratta di porcellana. Con questa tecnica si applicano gli ori e i lustri metallici. I colori per il terzo fuoco, a differenza di quelli della seconda cottura, non possono essere diluiti con l’acqua ma con particolari medium.
Vi riporto sempre un mio lavoro per illustrare questa tecnica.

ENGOBBI:
Gli engobbi sono dei colori ceramici la cui pecularietà è la base argillosa che gli conferisce una buona copertura su ampie superfici. A differenza dei colori sottocristallina o soprasmalto gli engobbi, se stesi in maniera uniforme, garantiscono un lavoro omogeneo che non lascia vedere le pennellate.

Bene…si è conclusa la parte tecnica della lavorazione della ceramica…un pò lunghetta ma necessaria per la comprensione di” questo mondo”. E, vi garantisco, che se vi ci avvicinate…non lo abbandonerete più!

Al prossimo appuntamento dove vi parlerò di una tecnica stupeda :Il RAKU

Fabilandia è contattabile in rete all’ indirizzo https://www.facebook.com/fabilandia.fabilandia oppure informazioni sono reperibili all’ indirizzo https://www.umbriaway.eu/fabilandia_ceramic_history/ oppure https://www.umbriaway.eu/fabiola-bisciaio-ceramica-umbria/




NODE, javascript lato server, istruzioni per l’uso

Se c’è qualcosa di interessante in questa epoca che stiamo vivendo è che la distribuzione della conoscenza non è più esclusiva di scienziati, prelati o uomini di armi come nel medioevo di Leonardo Da Vinci per esempio, che avrebbero avuto da perderci nei loro profitti favorendo i loro bellicosi competitors, oggi una quantità inesauribile di tecnologie per costruire web app sono a disposizione di tutti per favorire sviluppo e innovazione tecnologica. Javascript lato server è una tecnologia ormai di ampia diffusione e Node, https://nodejs.org/en/, in quanto runtime JavaScript guidato da eventi asincroni, il software è progettato per creare applicazioni di rete scalabili. Per seguire questo post è sufficiente avere un minimo di base con JS tradizionale e HTML, nulla di trascendentale. Rispetto alla programmazione classica dove il web developer deve costruire i suoi mattoni uno per uno a livello fisico con tanto di tocco di mouse, qui abbiamo il vantaggio di passare a una programmazione velocizzata grazie all’ uso dei comandi che DOBBIAMO eseguire da terminale, operazione un pò ostica all’ inizio se non si è abituati a un simile approccio. Nel seguente esempio “ciao mondo”, molte connessioni possono essere gestite contemporaneamente. Ad ogni connessione viene attivato il callback, ma se non c’è lavoro da fare, js asincrono dormirà, per usare una metafora letteraria. Ciò è in contrasto con il modello di concorrenza più comune di oggi in cui vengono utilizzati i thread del sistema operativo. Il networking basato su thread è relativamente inefficiente e molto difficile da utilizzare. Inoltre, gli utenti di Node sono liberi da preoccupazioni di blocco permanente del processo, poiché non ci sono blocchi. Quasi nessuna funzione in Node esegue direttamente I / O, quindi il processo non blocca mai. Perché nulla blocca, i sistemi scalabili sono molto ragionevoli da sviluppare in Node. Il nodo è simile nel design e influenzato da sistemi come Ruby’s Event Machine o Python’s Twisted. Nodo prende un po ‘più in basso il modello di evento. Presenta un ciclo di eventi come un costrutto di runtime invece che come una libreria. In altri sistemi c’è sempre una chiamata di blocco per avviare il ciclo degli eventi. In genere il comportamento è definito tramite callback all’inizio di uno script e alla fine avvia un server attraverso una chiamata di blocco come EventMachine :: run (). In node non esiste una tale chiamata di ciclo di avvio-evento. Il nodo entra semplicemente nel ciclo degli eventi dopo aver eseguito lo script di input. Node esce dal ciclo degli eventi quando non ci sono più callback da eseguire. Questo comportamento è simile al browser JavaScript: il ciclo degli eventi è nascosto all’utente. HTTP è un cittadino di prima classe in Node, progettato pensando allo streaming e alla latenza bassa. Ciò rende Node adatto alla fondazione di una libreria o di un framework web. Solo perché il nodo è progettato senza thread, non significa che non è possibile sfruttare i core multipli nel proprio ambiente. I processi figlio possono essere generati utilizzando la nostra API child_process.fork () e sono progettati per essere facili da comunicare. Costruito sulla stessa interfaccia è il modulo cluster, che consente di condividere i socket tra i processi per consentire il bilanciamento del carico sui core. Per lavorare con Node è sufficiente un editor performante tipo https://code.visualstudio.com/ per esempio o anche Sublime Text, Brackets o Atom. Il framework che lavora con Node è https://expressjs.com/it/ , libreria web veloce, non categorica e minimalista per Node.js installabile con una semplice riga di comando: $ npm install express –save dove per npm si intende il gestore dei moduli a disposizione per lo sviluppatore. Npm che gestisce le dipendenze modulari è fornito automaticamente al momento dell’ istallazione di Node, ulteriori informazioni sono reperibili anche all’ indirizzo https://www.npmjs.com/. Il comando npm-init create a package.json file ad esempio il comando $ npm init react-app ./my-react-app crea un nuovo progetto basato su React usando create-react-app. il comando npm i npm aggiorna alla versione più recente. Con il comando node posso entrare nella console di programmazione dove posso dire ad esempio che a = 1 e digitando a invio mi verrà restituito 1 e ancora digitando a = 2 posso cambiare il valore della variabile. Posso anche definire una costante con global.a = 3 per esempio; con il comando .exit ritorno alla root utente. Ora proviamo a creare un file con estensione JS nella stessa cartella dove abbiamo creato il JSON ad esempio module1.js e all’ interno scriviamo le seguenti righe di codice:

consol.log(“ciao”);
a = 2;
console.log(a);

quale sarà il risultato lanciando da console con il comando node module1.js il file creato? Vedremo esattamente prima il ciao stampato a video e successivamente nella riga successiva l’esecuzione della istruzione che viene dopo quindi un due. web developer umbriaNelle architetture basate su richiesta risposta nel processo tradizionale io ho una partita a tennis dove il lato client del browser interroga il lato server, con Node abbiamo già detto che questo meccanismo non corre il rischio di interruzioni in quanto il processo è asincrono. Ora nella stessa cartella test creata prima creiamo il file server.js e creiamo un localserver sulla porta 3000 come quello che mette a disposizione xampp per esempio. Nel file server.js scriveremo:

var http = require(‘http’);
var server = http.createServer(function(req, res) {
console.log(‘inizia la richiesta!’);
res.write(‘ho ottenuto la tua richiesta’);
res.end();
});
server.listen(3000);

lanciando il file con il solito comando node server.js (anche senza estensione) e aprendo la pagina 127.0.0.1:3000 o anche localhost:3000, vedremo come si comporta esattamente lo script dalla finestra terminale non appena avrò digitato a video il mio URL. Ovviamente con Node abbiamo il vantaggio di usare EXPRESS Server. Con il comando npm i express –save posso installare il mio pacchetto modulo all’ interno della cartella node_modules. Ora posso fare lo stesso rispetto alla creazione di un localserver, quindi creo il file serverex.js e dentro scriverò le seguenti istruzioni, precedendo questa operazione dalla creazione del famoso file index.html che si trova nella root che andremo a inserire dentro la famosa cartella PUBLIC tipica dell’ architettura da erigere per una web app, ossia l’area dove saranno visibili le parti interattive con l’utente a video. Quindi:

var express = require(‘express’);
var app = express();
var server = app.listen(3000, listening);
function listening() {
console.log(“sono in ascolto”);
}
app.use(express.static(‘public’));

web developer umbriaA questo punto lanciando il comando node serverex.js il terminale si metterà in ascolto e lanciando il nostro localhost noteremo che automaticamente il contenuto della nostra cartella PUBLIC verrà mostrato all’ utente. Riassumento in questo post abbiamo visto che javascript lato server o NODE è facilmente installabile sul nostro computer. Abbiamo anche visto come installare il modulo EXPRESS o il server dedicato che ha i suoi comandi per il restart o lo spegnimento. Abbiamo visto la semplicità di alcuni comandi (ma non tutti, ad esempio il parametro -g alla fine di una stringa viene usato per le installazione GLOBALI sulla propria macchina) per iniziare ad entrare nella shell di programmazione o per installare o lanciare eseguibili. Abbiamo anche dato una occhiata all’ architettura di base capito l’importanza di alcune cartrelle funzionali come PUBLIC o la cartella NODE_MODULES, oltre a padroneggiare a livello base alcuni strumenti legati al browser come la web.consol o gli editor di testo per gestire il codice. Come primo approccio può bastare, in uno dei prossimi appuntamenti entreremo nella progettazione vera e propria di una WEB APP con NODE!




Il seicento di Don Giovanni Cantoni e l’Italia in decadenza

Don Giovanni Cantoni il parroco che gestisce Collemosso nella prima metà del seicento in Umbria, con una Italia di sfondo che sembra equiparata a una sorta di bella addormentata nel bosco, ha ormai acquisito credibilità sul campo e legittimazione ad esistere dopo tre riconoscimenti ufficiali che lo vedono pubblicato a destra e a manca su alcune antologie nazionali nati da concorsi letterari. Ma chi è questo personaggio e come si inquadra nel periodo storico? Chi fa sport sa bene che il modo migliore di utilizzare il tempo quando l’atleta non ha prestazioni dirette da offrire sul campo è quello di prepararsi per la gara successiva, magari usando il tempo passivo per un lavoro di revisione critica o di conoscenza sugli avversari o programmando una tabella di marcia per i prossimi impegni. Anche l’aspirante campione che si cimenta nella letteratura condominiale ha gli stessi obblighi, nel senso che se ha in progetto di scrivere di storia, può usare la crisi cosiddettà delle terre di mezzo (mancanza di scintille creative e materiale fluente che abbia senso compiuto sulla carta) per ricaricare il fucile e acquisire competenza sul periodo storico in esame, per esempio. Don Giovanni Cantoni è un criminale travestito da prete sottomesso che ridistribuisce la ricchezza accumulata con la coercizione e il plagio dai suoi stessi governanti in favore dei compaesani e del popolo e questo lo può fare dopo che nei suoi trascorsi passati vi è stata una esperienza unica di addestramento come sicario alla tana degli assassini, un progetto finanziato dal duca di Urbino ma gestito da strane cariche al soldo del Papa, una località segreta orientativamente ubicata nel confine umbro marchigiano in un terreno boscoso caratterizzato da anfratti cavernosi lungo l’appennino, questo ai primi del seicento. Ma quello che accade a Collemosso non è altro che specchio di un gioco più grande che fa girare i suoi giganteschi ingranaggi nella grande storia, che malgrado tutto finisce per influenzare le beghe dei piccoli umani anche a livello locale. Allora come è questo seicento buio dove vengono consumati trucidi delitti legalizzati (vedi la morte di Bruno inizio secolo per esempio)? Salta subito all’ occhio il restringimento dell’ Italia come blasone internazionale, anche se solo la famosa banca di Genova amplificherà ancora per poco le sue gesta, dal momento che i prestiti agli spagnoli padroni non verranno onorati: questo perchè il rinascimento e i suoi riverberi sono alla frutta, perchè la scoperta dell’ America ha portato al declino delle repubbliche marinare che non possono competere con le grandi flotte commerciali di paesi come Olanda, Inghilterra e Spagna in rotta verso l’Atlantico e il Nuovo Mondo brulicante di ricchezze, un crollo prodotto da una Spagna che governa gran parte del territorio e che essendo egli stessa sommersa dai debiti e al declino nella sua classe dirigente ancora centrata su una fiducia da rigido feudalesimo che tramanda le sue cariche in virtù di logiche clientelari, non è in grado di portare innovazione e sviluppo sulla penisola a causa della sua politica vessatoria indotta sui popoli sottomessi per pagare il peso di guerre europee molto dispendiose. Il restringimento delle città marinare che dominavano l’Europa come Venezia per esempio, porta anche al restringimento del business come quello dei tessuti per citarne uno, in quanto non è più l’italia al centro del business, ma il mondo. Come se non bastasse lo stesso Manzoni parla di una famosa peste nel suo romanzo storico i promessi sposi (anni trenta) e anche le cronache locali riportano un terribile flagello nell’ indotto di Collemosso (Colle di Nocera Umbra nella realtà) e dintorni (anni cinquanta) che decimerà la popolazione mentre un parroco locale morirà nel tentativo di arginarne i suoi effetti nefasti (nella storia reale è Don Francesco Faraoni, ma nel mio filone rivoluzionario non è altro che Don Giovanni Cantoni che si pone alla stregua di un novello John Connor della saga di Terminator per organizzare una resisteza ideologica e culturale che web developer umbriadovrà servire come leva per rimuovere i regimi autoritari centrati sull’ oppressione e il controllo delle genti gravate da dazi e tasse insostenibili. Per compiere questa operazione deve educare le masse in gran segreto e accumulare libri strategici che la chiesa sta bandendo al rogo come quelli di Keplero, Galileo, Copernico ma anche quelli che inneggiano alla ribellione e alla rivoluzione, come la città del sole di un Campanella sopravvissuto solo per astuzia all’ inquisizione fingendosi pazzo e che abolisce il concetto tanto caro alla chiesa come quello di proprietà senza autorizzazione. Quindi se da un lato il personaggio fa buon viso con il vescovo che gli impone vincoli e restrizioni, dall’ altro fa cattivo gioco capeggiando egli stesso assalti guidati con i suoi briganti nascosti sulle falde del Monte Merlana per sottrarre alla chiesa in transito verso i porti marchigiani impegnati con una potenziale lotta contro le mire espansionistiche dell’ impero ottomano, ciò che ella stessa ruba senza rispettare le leggi. Gli scenari sono abbastanza contorti nel seicento ma quando pensiamo all’ arte di Caravaggio e alla rivoluzione etsetica del Bernini che ci mostra la persuasiva bellezza del declino nel settore artistico o nomi come quelli di Bacone e la sua filosofia naturalistica in Inghilterra, alla Francia e alla rivoluzione operata da Cartesio, alle indicazioni sconvolgenti di Keplero in campo astronomico e tutto quello che abbiamo contemporaneamente in Italia (appunto vedi intellettuali finiti abbrustoliti ma anche gente come Galileo o Campanella), possiamo pensare a un secolo che trasforma radicalmente il mondo antico per plasmarlo in un incubatore di quello moderno. Il seicento con i suoi laghi di sangue delle guerre anche religiose non è solo un ponte verso la costruzione della società moderna ma un sistema dove le rivolte ideologiche e culturali e militari vengono fomentate e messe in atto per liberare il popolo dall’ oppressore. Il tema della giustizia sociale che caratterizza anche la nostra epoca è centrale nel seicento così come quello del conflitto permanente tra le parti offese dal sistema e quelle invece che cercano di assicurarsi l’immobilità del tessuto sociale per meglio controllare e dissanguare. In questo quadro poco idilliaco dove per strada potevi essere sbranato da lupi armati di spade e archibugi solo in una stregua lotta per la sopravvivenza, trova fertile comparsa la figura di DGC che ha una personalità bipolare scissa tra il suo passato sanguinario che lo ha visto sopravvivere a esercitazioni crudeli e il suo bisogno di giustizia e di contemplazione della bellezza che gli fa ammirare anche le opere dei suoi contemporanei. Uno spirito nobile plagiato da istinti animali efferati che però vengono messi al servizio della comunità, con azioni silenziose che sfuggono alla tracciatura del vescovo Fiodenzi. Indubbiamente i moti di vitalità in tutta Europa che si spostano dal sud verso il nord, alimentati anche dal diffondersi da nuovi movimenti protestanti che lasciano l’Italia ancora scombussolata dagli echi del concilio di Trento, tolgono credibilità internazionale alla penisola, anche perchè le spinte nazionalistiche indotte dalle posizioni religiose provocano terremoti bellici di sanguinosa portata nel continente (guerra dei trenta anni a partire dal 1618). Il seicento è un secolo nero come la profondità del cosmo senza stelle e senza dio, come una statua di ebanite senza linee, come un quadro pervaso da una miriade di demoni affamati brulicanti di pece che emergono dalla tela per sostenere la cruenta lotta per la sopravvivenza. La sensazione è che DGC si trova a suo agio a combattere i campioni della prepotenza mentre molto meno può fare e ne esce sconfitto quando di fronte ha le estreme unzioni da consumare causate dalle carestie inaccettabili prodotte dall’ uomo, contro la fame indotta dall’ ingiustizia sociale DGC diventa in gergo inglese un powerless e il suo sguardo di parrocco ne esce impotente dopo l’ennesima morte di un popolano perso nella miseria che non è solo quella materiale o quella di un bambino ucciso prematuramente dalle malattie. Il seicento è un secolo dannato per definizione, pieno di squarci di luce ma anche di torrenti di sangue e ha anche inquietanti analogie con il mondo attuale, fortunatamente con alcune brutali malattie definitivamente sconfitte. Che sia anche il nostro tempo solo un trampolino di lancio verso la costruzione di società migliori prive del servilismo e dai comportamenti indotti dalla logica del denaro nel modello globalizzato? Se la risposta è si, allora anche in questa era esistono dei supereroi che stanno combattendo di nascosto per rivendicare equilibrio ed equità sociale? Ce lo auspichiamo in termini di prospettivee di crescita evolutiva e non implosiva, non lo sappiamo. L’unica cosa certa è che DGC è riuscito a mettere le mani su un altri libro eretico da sistemare nella sua biblioteca maledetta prima che venga bruciato dai suoi nemici che egli stesso serve: https://umbriawaynoir.wordpress.com/2019/06/05/triplete-con-don-giovanni-cantoni-coppa-italia-scudetto-e-champions-league-nella-letteratura-condominiale/




Progetto storico fotografico su Colle di Nocera Umbra

Stiamo allestendo un archivio documentale fotografico dotato di tutte le moderne comodità dei motori di ricerca per cercare ogni tipo di informazione su Colle di Nocera Umbra con l’idea di metterlo presto in linea: storia, location, tradizioni, curiosità, landscape, skyline, epoche vintage di come eravamo etc etc. Il progetto è open source e non ha fini di lucro se non rispondere alla domanda dantesca che Sante Cioli nel suo secondo libro su Castrum Collis pone come incipit di una avvincente narrazione storica: “chi fur li maggior tui?” . Colle appartenente alla Terre di Mezzo (meno male che non c’è Sauron..o sì?) ha dalla sua delle radici fortemente caratterizzate stigmatizzate per l’appunto dai due lavori del compianto SC, che è riuscito a vagliare una enorme quantità di materiale archivistico che consentono al collegiano di sapere tutto su chi era e dove sta andando (se mai servisse!). Il progetto è open source e non ha fini di lucro, se mai ha permesso a Umbriaway Consulting di risolvere alcuni problemi tecnici per costruire una interfaccia grafica minimale ma funzionale e precisa anche nei criteri di ricerca, nel senso che anche una semplice parola come “agricoltura” o “vintage”, può richiamare il materiale fotografico connesso, oltre naturalmente a estrapolare comodamente il materiale semplicemente selezionando dal menù a tendina per categoria. Chiunque può partecipare attivamente al progetto inviando foto o materiale che verrà catalogato con il nome imposto della sorgente. Hai una foto del paleolitico su Colle di Nocera Umbra che ci mostra come eravamo? Hai delle curiosità storiche-antropologiche da proporre con documentazioni testuali? Vuoi semplicemente valorizzare un tramonto collegiano su uno skyline che certamente non è come quello di Los Angeles ma altrettanto unico e irripetibile per un momento da cartolina? Per partecipare a questa iniziativa compilare il modulo di contatto presente all’ indirizzo https://www.umbriaway.eu/contatti/ sarete tempestivamente attivati! In ogni caso prossimamente il progetto verrà inizializzato con le informazioni base presenti e sarete informati sull’ indirizzo web pubblicato. Nel frattempo sono disponibili free le gallery https://www.umbriaway.it/collegallery/ e https://www.farwebdesign.com/collegallery/