Una giornata tipo di Ken Shiro: salvare il mondo con JavaScript e il Drag and Drop

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LA TERRA E’ PRECIPITATA NELLE BARBARIE: SOLO KEN SHIRO E LE SETTE STELLE DELLA DIVINA SCUOLA DI HOKUTO CI POSSONO SALVARE!

Quale è la giornata tipica di Ken Shirov? Certamente avrà molto da fare sulla terra. Ce lo immaginiamo: estirpare i laboratori dove vengono creati virus artificiali, debellare i politici corretti in ogni dove, dare una lezione ai prepotenti, salvare la Terra dall’ inquinamento atmosferico, distruggere le mafie locali, fare a pezzi i terrapiattisti etc etc etc. Ma come si organizza Ken Shiro nelle sue attività quotidiane? Ha forse fatto un corso di Time Management o le sette stella della scuola di Hokuto lo hanno anche fornito di un orologio divino che gli dà solo il tempo di dedicare pochi minuti per ogni task? Vediamo in dettaglio quale è il suo pannello di controllo all’ indirizzo https://www.farwebdesign.com/projectcsshtmljs/kenshiro.html. Ken suddivide gli appuntamenti della sua agenda in tre fasi distinte: quello che deve fare, quello che sta facendo e quello che è stato risolto. La catena di montaggio è sempre la stessa, prima fa a pezzi un terrorista che lancia virus nelle stazioni e mentre lo demolisce lo lascia sospeso nell’ area dell’ agenda IN PROGRESSO poi finito il working progress il terrorista diventa mangime per i polli e la sua missione è completata. Poi deve volare fino a Garbatella dove un gruppo di imprenditori locali vendono le mascherine a dieci euro cadauna e il compito passa di nuovo dalla fase in sospeso a risolto e così via finchè arrivando a fine giornata si concede un attimo di respiro telefonando a Carlsen e battendolo con lo scacco matto della divina scuola di Hokuto. Vediamo come tecnicamente lato frontend una tecnologia come JQuery riesce a fare tutto questo; il progetto è composto da un file CSS, un file con estensione JS e il file statico kenshiro.html che ha le inclusioni alle risorse esterne. Dentro questo file in alcuni punti sono definiti degli ID, identificativi unici, che serviranno a JQuery per dinamicizzare i contenuti. Ovviamente ci sarà un CDN per inserire Jquery a scelta fra i tanti che si trovano in rete: <script src=”https://ajax.googleapis.com/ajax/libs/jquery/3.5.1/jquery.min.js”></script> , con questo abilitiamo lo script che abbiamo dentro la cartella JS a lavorare. Come funziona il DRAG and DROP come evento di javascript? Si clicca su un elemento per trascinarlo (metodo dragstart), lo si sposta a piacimento grazie al metodo dragover e INFINE LO SI RILASCIA sfruttando il metodo drag, il tutto dicendo agli elementi iniziali che si sposteranno che hanno un nome e un cognome e alcune caratteristiche di trascinabilità che dovranno interagire con certe aree specifiche e non altre, altrimenti l’azione non avrebbe compimento. Analizziamo la parte statica della pagina:

<div id=”board”>
<div id=”todo”>
<div class=”title”>Da fare</div>
<div id=”item1″ draggable=”true”>
<div class=”cardTitle”>Fermare un gruppo di politici corrotti che governano per se stessi</div>
</div>
<div id=”item2″ draggable=”true”>
<div class=”cardTitle”>risanare le terre di Murdor dall’ inquinamento denunciato da Greta</div>
</div>
<div id=”item3″ draggable=”true”>
<div class=”cardTitle”>Distruggere un laboratorio dove creano virus artificiali</div>
</div>
<div id=”item4″ draggable=”true”>
<div class=”cardTitle”>Convincere i terrapiattisti a cambiare religione</div>
</div>
<div id=”item5″ draggable=”true”>
<div class=”cardTitle”>Bloccare le fake news e sgominare la mafia delle scommesse clandestine</div>
</div>
<div id=”item6″ draggable=”true”>
<div class=”cardTitle”>Tra una bonifica e l’altra risanarsi battendo Carlsen a scacchi</div>
</div>
</div>
<div id=”inprogress”>
<div class=”title”>In corso</div>
</div>
<div id=”done”>
<div class=”title”>Fatto</div>
</div>

Da notare come ciascun compito o task definito con l’abilitazione draggable=”true” sia preso dallo script JS per intercettare l’evento dragstart che consente lo spostamento iniziale degli oggetti su aree in cui verrà rilasciato un evento dragover che intercetterà questa volta le TRE aree di rilascio definite come id=”todo” , id=”inprogress” e id=”done” che ospiteranno anche l’azione finale dello spostamento definitivo (metodo DROP) che per Ken stanno proprio a significare leggo l’agenda, vedo quello che c’è da fare, faccio le cose che riempono uno spazio della giornata “inprogress” e archivio il tutto nella dimensione “DONE” e così il ciclo DA FARESTO FACENDOFATTO giunge a compimento. A guardare il risultato finale si penserebbe che tutta la parte di script è lunga due km, ma JQuery nasce proprio con il dono della sintesi che migliora la prolissità di javascript:

$(‘document’).ready(init); function init() {

$(‘#item1, #item2, #item3, #item4, #item5, #item6’).bind(‘dragstart’, function (event) { event.originalEvent.dataTransfer.setData(“text/plain”, event.target.getAttribute(‘id’)); });

$(‘#todo, #inprogress, #done’).bind(‘dragover’, function (event) { event.preventDefault(); });

$(‘#todo, #inprogress, #done’).bind(‘drop’, function (event) { var notecard = event.originalEvent.dataTransfer.getData(“text/plain”); event.target.appendChild(document.getElementById(notecard)); event.preventDefault(); });

}

web design umbriaAnalizzando bene il tutto, ci sono solo TRE funzioni che utilizzano la famosa pala del rottamatore per le autorimesse, $(afferro_un_elemento): quella che afferra dal cielo gli elementi ITEM per metterli in relazione con una azione che devono compiere (DRAGSTART), quella del trascinamento in corsa usando il metodo DRAGOVER e quella predisposta al RILASCIO usando il metodo definitivo DROP che completa il ciclo, spostamento che agisce sempre sulle aree predisposte al parcheggio dei compiti marcate dalla loro carta di identità rappresentata da corrispettivi ID todo, inprogress e done. Il BIND come espressione in programmazione indica un collegamento con qualcosa, una base dati, una procedura. Notare anche che ci sono espressioni tipiche del DOM molto famigliari, come appendChild, getElementById e funzioni come event.preventDefault() che stanno a significare rispettivamente appendi al figlio dell’ elemento, afferra l’elemento in base all’ ID (potrei farlo anche per style o tag) e resetta tutti i comportamenti anomali prima di compiere la successiva operazione, una azione che ricorda molto il famoso RESET.CSS che si utilizza per inizializzare il documento vuoto quando si parla di problematiche dei fogli di stile, al fine di annullare le varie differenze di visualizzazione tra i browser. Nel frattempo grazie al DRAG AND DROP, evento di trascinare e rilasciare, Ken Shiro ha salvato la Terra dalle nefandezze del male. La parte di abbellimento finale sulla struttura HTML per l’esempio di Umbriaway Consulting all’ indirizzo https://www.farwebdesign.com/projectcsshtmljs/kenshiro.html è responsabilità del file CSS che si può modificare a piacere.




Il gatto di Schrodinger é vivo o morto? Risponde javascript!

Javascript è un piccolo passo per un uomo ma grande per l’umanità visto che è utilizzato a man bassa su tutti i moderni applicativi nelle nuove formule lato server con tecnologie come node, vue, typescript angular, react etc etc. Ma come avviene l’interazione con l’utente con javascript? Analizziamo la seguente pagina presente all’ indirizzo: https://www.farwebdesign.com/schrodinger/gatto.html che consente varie interazioni sugli elementi dislocati all’ interno del tag body. Prendiamo in esame uno per uno facendo prima una carrelata su metodi che lo sviluppatore lato front end si ritroverà a aplleggiare quotidianamente. Prendiamo ad esempio il metodo getElementById ma prima prendiamo il toro per le corna: javascript ha a che fare con l’intero documento che è considerato l’oggetto principale del DOM. Il DOM è l’acronimo di document object model, ossia un luogo di gerarchie di oggetti che prende a modello gli alberi della natura nella sua struttura in cui si annidano elementi padri ed elementi figli. Nell’ HTML il body è un elemento padre ma pur sempre figlio del tag HTML. Un paragrafo è un elemento figlio rispetto a un paragrafo e anche a un blocco divisore <DIV> se dovesse essere contenuto al suo interno. Quindi possiamo considerare il nostro metodo come qualcosa che restituisce l’elemento che ha l’attributo ID con il valore specificato. Questo metodo è uno dei metodi più comuni nel DOM HTML e viene utilizzato quasi ogni volta che si desidera manipolare o ottenere informazioni da un elemento del documento. Restituisce null se non esiste alcun elemento con l’ID specificato. Un ID dovrebbe essere univoco all’interno di una pagina. Tuttavia, se esiste più di un elemento con l’ID specificato, il metodo getElementById () restituisce il primo elemento nel codice sorgente. Posso usare anche altri metodi che catturano gli elementi della pagina come una giugantesca tenaglia di un rottamatore di auto. Ad esempio l’espressione var x = document.getElementsByTagName(“p”); non fa altro che catturare tutto il valore contenuto all’ interno del paragrafo P all’ interno della variabile X e in questo caso abbiamo usato il selettore di javascript getElementsByTagName(“p”). Decisamente la tecnica di contrassegnare gli elementi divisori della pagina a un identificativo univoco (ID) è largamente diffuso tra gli sviluppatori. Vediamo quindi il contenuto della pagina https://www.farwebdesign.com/schrodinger/gatto.html e analizziamo tutti gli elementi presenti:

<!–
<head>
<meta charset=”UTF-8″>
<script>
function myFunction() {
document.getElementById(“demofunction”).innerHTML = “ho cambiato il paragrafo con una funzione”;
}
</script>
</head>
<body>

<div align=center>
<h3>Scopri che cosa puoi fare con javascript!</h3>
<p id=”demostyle”>Cambia il font del paragrafo con la proprietà style del metodo getElementById </p>

<button type=”button” onclick=”document.getElementById(‘demostyle’).style.fontSize=’35px'”>Cambia il testo del paragrafo con la proprietà style</button></br>
<hr>

<h2>Il gatto di Schrodinger è vivo o morto?</h2>

<p >In questo caso javascript cambia il valore del sorgente immagine con la proprietà SRC del metodo getElementById</p>

<button onclick=”document.getElementById(‘myImage’).src=’gattomorto.jpg'”>Scopri se il gatto dentro la scatola ha fatto danni</button><br>

<div id=demogatto><img id=”myImage” src=”gattovivo.jpg” style=”width:100px”></br>

<button onclick=”document.getElementById(‘myImage’).src=’gattovivo.jpg'”>Riporta il gatto in vita</button></div>
<button type=”button” onclick=”document.getElementById(‘demogatto’).style.display=’none'”>Fai fuori il gatto per sempre!</button><br>
<button type=”button” onclick=”document.getElementById(‘demogatto’).style.display=’block'”>Lazzaro gatto ritorna!</button>
<hr>
<button type=”button” onclick=”document.getElementById(‘demochange’).innerHTML = ‘testo cambiato'”>Cambia il testo del paragrafo</button><br>
<p id=demochange>Cambia il testo</p><br><br>
<button type=”button” onclick=”myFunction()”>Cambia il testo del paragrafo usando una funzione</button><br>
<p id=demofunction>Cambia il testo</p><br>
<hr>
</div>
</body>
–>

schiacciando il primo tasto in alto modifico la dimensione del font usando la proprietà STYLE.FONTSIZE messa disposizione dal metodo getElementById per cui azionando il click sul pulsante con l’evento onclick azionerò il cambio di dimensioni del paragrafo contrassegnato da id=demostyle con l’istruzione completa document.getElementById(‘demostyle’).style.fontSize=’35px’. A questo punto siamo riusciti ad analizzare la spinosa questione del gatto di Schrodinger, estrapolando infatti da wikipedia:

…il paradosso del gatto di Schrödinger è un ESPERIMENTO MENTALE ideato nel 1935 da Erwin Schrödinger, con lo scopo di illustrare come la meccanica quantistica fornisca risultati paradossali se applicata ad un sistema fisico macroscopico. Andando decisamente contro il senso comune, esso presenta un gatto che, in uno stato noto come sovrapposizione quantistica, può essere contemporaneamente sia vivo che morto, come conseguenza dell’essere collegato a un evento subatomico casuale che può verificarsi o meno. Il paradosso è descritto spesso anche nelle discussioni teoriche sulle interpretazioni della meccanica quantistica. Il gatto romperà la fiala disposta in una scatola chiusa dopo che ne è stato segregato? Quali comportamenti imprevedibili avrà all’ interno dello spazio compresso?

Per javascript queste questioni paradossali sono facilmente risolvibili, infatti utilizzando sempre il metodo di contrassegno degli ID che sono tutti registrati con coordinate anagrafiche sulla pagina, possiamo assegnare loro dei compiti solo usando il metodo di attribuzione proposto dal metodo getElementById per cui schiacciando un pulsante posso sapere che fine farà il gatto, se voglio riportarlo allo stato iniziale lo potrò fare e anche ucciderlo definitivamente se il gatto dopo l’esperimento si comporta come un leone e tenta di sbranarci. Tuttavia c’è anche un tasto di ripristino che farà ritornare in vita il nostro amato gattino cambiando lo stato del DIV che contiene tutti gli elementi che da display = none ridiventa display = block nelle proprietà di stile. Poi abbiamo anche la dimostrazione dopo Schrodinger di cosa può fare il metodo getElementById in sincronia con la proprietà innerHTML che cambia il testo e poi dulcis in fundo (Dulcis in fundo è un’espressione pseudo-latina che, all’orecchio di un parlante Italiano, significherebbe “il dolce giunge alla fine del pranzo”. Come tale è considerata da Giuseppe Fumagalli, “Il dolce viene in fondo”). Insomma per afferrare gli elementi all’ interno della pagina javascript propone numerose soluzioni, nel frattempo ne sappiamo di più sulla fisica quantistica.




Javascript e le regular expression: illuminazioni celesti pronte all’ uso!

web developer umbriaSe non sai che cosa sono le espressioni regolari che vengono usate in tutti i linguaggi di programmazione don’t worry! Di solito un approfondimento nel mese di Aprile può aprire spiragli inaspettati se non altro perchè l’illuminazione celeste è una prerogativa di questo mese. Andiamo subito alla pratica. Ipotizziamo che come organizzatore di un torneo di scacchi mi debba trovare nella necessità di far inserire una serie di dati sulla pagina delo mio sito per una ipotetica iscrizione al più grande torneo di tutti i tempi dopo quello di Zurigo del 1953. Questi utenti devono essere sicuri di digitare l’elo giusto della loro forza agonistica senza che io organizzatore/webmaster debba preoccuparmi dei dati immessi che potrebbero essere anche stringhe conflittuali nei confronti del sistema. Come risolverla quindi in Javascript visto che in PHP lato server abbiamo a disposizione un meccanismo di validazione per ripulire e rendere i dati inseriti immacolati? Semplicemente usando le espressioni regolari. Quindi abbiamo un campo dove è richiesto:

var elo = “1987”;

ossia dichiaro una variabile di nome elo che verrà assegnata al valore di 1987 che non è un anno temporale ma solo l’elo del potenziale frequentatore del nostro torneo. Sorge quindi un problema, questa persona mi deve validare solo numeri come tipi di dato e non zucche e patate nel campo. Un dato va controllato quindi nel suo formato visto che l’elo di solito non supera i diecimila dobbiamo supporre che all’ interno del campo l’utente possa scrivere solo quattro campi, perchè finora nessuno è mai riuscito ad ottenere 10132 punti elo se non forse sulla lontana nebulosa di Orione. Dobbiamo quindi verificare il dato inserito e ancora prima verificare che LA STRINGA NON SIA VUOTA per permettere l’immissione. Per prima cosa devo limitare la mia espressione e questo lo si fa dichiarando due / / entro le quali vanno inseriti i criteri di convalida del campo. Per far capire a javascript che è alle prese con una espressione regolare nomina una variabile arbitraria (nell’ esempio exp) e gli assegno un valore che avrà una caratteristica avendo a che fare con contenuti inseriti dentro a /…contenuti…/ e ciè che quell’ assegnazione avrà a che fare con una espressione regolare. Quindi scriviamo una espressione per verificare che la stringa punti elo è vuota:

var exp = /.+/;

qui abbiamo un punto che sta ad indicare che all’ interno del campo ci deve essere qualsiasi tipo di carattere, da un numero piuttosto che una lettera, e il + sta ad indicare che ci dovrà essere almeno un carattere dentro il campo. In questo modo è palese che il campo NON PUO’ ESSERE VUOTO. Una espressione di questo tipo non è sufficiente a convalidare il nostro punteggio elo che per convenzione ha 4 cifre, ma dichiara esplicitamente che il campo NON PUO’ ESSERE VUOTO. Abbiamo solo detto che un cxarattere qualsiasi generico dovrà essere inserito nel campo nella sua quantità minimo di numero 1 item grazie al simbolo +. Le espressioni regolari mettono a disposizione un metodo che si chiama TEST. Quindi con questo metodo verifichiamo se la stringa ottenuta dal nostro punteggio elo è aderente al nostro PATTERN inserendo come argomento la var elo e il risultato sarà un booleano che possiamo stampare a video:

risultato=exp.test(elo);
document.write(risultato);

mandando in esecuzione questo file nel browser vedremo che come per magia comparirà sullo schermo la scritta TRUE e cioè la conferma che il campo dove l’utente ha inserito il suo elo non è vuoto. Ovviamente inserendo var elo = “”; a video otterremo un FALSE. A questo punto sorge un problema. Se l’utente scrivesse nel campo qualcosa tipo var elo = “hebl”; noi a video otterremo un TRUE ma sappiamo bene che l’elo si esprime con i numero e non con le lettere. Quindi come fare per risolvere il problema e migliorare la nostra espressione? Togliamo il punto e inseriamo tra parentesi quadre una serie di numeri consentiti :

var exp = /[0123456789]+/;

è come se dicessimo all’ utente senza che lui lo sappia guarda puoi digitare una serie di valori che noi riteniamo accettabili. Volendo possiamo ancora migliorare questa espressione rielaborando il tutto in un insieme di caratteri consentiti per l’immissione usando il simbolo del trattino, quindi:

var exp = /[0-9]+/;

se ritornassi a stampare a video la sequenza:

var elo = “jshe”;
risultato=exp.test(elo);
document.write(risultato);

adesso dopo i vincoli imposti con var exp = /[0-9]+/; otterrei sul browser la bella scritta di FALSE, come è logico che sia, perchè la regular expression fa bene il suo lavoro e ci dice che vuole solo un range di numeri e non lettere. Attenzione però, se avessi scritto:

var exp = /[0-9]*/;

seo specialist umbriasostituendo il + con il * é come se dicessi alla nostra bella espressione accetta tutti i caratteri compresi tra zero e nove OPPURE accetta la loro assenza, mentre sappiamo che il + come simbolo sta ad indicare che almeno UN CARATTERE DOVRA’ ESSERE PRESENTE per la convalida. A questo punto però potrebbe sorgere un altro problema. Ipotizziamo che l’utente ubriaco si metta a digitare prima i due numeri e che poi vittima dei vapori alcolici immetta due lettere, che succederebbe in stampa? Si otterrebbe comunque un TRUE perchè di fatto l’espressione da noi sottolineata come vincolo fa capire alla macchina che i numeri ci sono, ma è palese che la comparsa delle lettere non dovrebbe comparire. Dobbiamo usare dei delimitatori per risolvere il problema: con l’accento circonflesso ^ messo a inizio stringa e il carattere $ inserito a fondo espressione è come se dicessimo alla macchina “guarda, adesso l’utente può digitare solo numeri, escludi la possibilità che impazzisca e che digiti lettere a suo piacimento”: var exp = /^[0-9]+$/; mandando in esecuzione il tutto dopo aver salvato questa volta otteniamo un TRUE se ci sono solo numeri i campi perchè abbiamo imposto alla stringa di soddisfare SOLO certi criteri. Ma se io volessi imporre che l’utente possa digitare solo quattro numeri come faccio? Posso usando le {} togliendo il + che come detto ci dice solo che almneno un carattere deve essere presente nella nostra espressione quindi:

var exp = /^[0-9]{4}$/;

Ok, in questo esempio è tutto facile ma ipotizziamo di lavorare su una variabile telefono piuttosto che elo, come faccio a far accettare all’ utente ad esempio il fatto che dopo il prefisso possa digitare un trattino? Come faccio a veicolare l’utente sul fatto che un prefisso di solito ha tre numeri di inserimento e almeno dai cinque ai nove aggiuntivi dopo il trattino? Posso dare una impostazione rigida al mio pattern? Certo che si, ipotizzando:

var telefono = “011-250644”;

scriverò:

var exp = /^[0-9]{3} – ? [6-9] {} $/;

dove [0-9]{3} – sta ad indicare la coercizione 011 e dove ? inserito dopo il simbolo – sta ad indicare che questo trattino è solo opzionale dopodichè però dovrò vincolare l’utente con l’espressione [0-9] {6} per guidarlo all’ esatta digitazione delle sei cifre successive. Ovviamente a browser sia che io imposti
var telefono = “011-250644” con il trattino o var telefono = “011250644” senza trattino otterrò un TRUE perchè in entrambi i casi la clausola -? mi assicura che l’utente possa scegliere o non scegliere di immettere nel campo il simbolo di trattino -. E se io per sbaglio di trattini ne inserisco due? Non verrebbe rispettata la condizione della regular expression e a browser vedrei un bel FALSE di conferma perchè nella nostra condizione abbiamo imposto che un trattino c’è o non c’è (ma non due!).

CONCLUSIONI: qui abbiamo usato solo il metodo test per capire i fondamenti delle espressioni regolari ma l’universalità e l’ambito in cui questi criteri di validazione operano su più linguaggi ci fanno intuire come il discorso sia solo all’ inizio e da esplorare ulteriormente. Di sicuro la Pasqua del 2020 seppure farcita di elementi apocalittici di demolizione alla Blade Runner qualcosa di buono ha portato, se non altro ha illuminato e fatto chiarezza senza ramoscello d’ultivo su un aspetto misterioso tipo la scrittura babibolonese-sumerica. Adesso quelle sibilline espressioni del tipo  = /^[0-9]{3} – ? [6-9] {} $/ saranno più facilmente decodificabili per il nuovo novizio che indossa le vesti del moderno Champollion della programmazione, che le regular expression siano con voi, amen.




VUE JS FRAMEWORK e la GESTIONE DEGLI STATI

Dopo aver sperimentato una lezione introduttiva su VUE all’ indirizzo https://umbriawayfocus.wordpress.com/2020/03/24/vue-js-un-framework-potente-per-le-tue-user-interface/ gettiamoci a capofitto nella GESTIONE DEGLI STATI. Analizziamo il seguente codice da includere come file con estensione.js esterno:

new Vue ({
el: ‘.todoapp’,
data: {
todos: [{
title: “shopping”
}, {
title: “video corso”
},{
title: “lavare i piatti”
}],
}
});

intanto abbiamo istanziato un oggetto di nome todos che fa riferimento all’ elemento della pagina html todoapp. All’ interno dell’ array ritroviamo tre notes o cose da fare che sono nello specifico i tre elementi presenti che occupano l’array rispettivamente nella posizione 0,1,2 visto che il rimpimento di ciascun cassetto nell’ array armadio parte per convenzione da zero. A questo punto sorge spontanea una domanda. Qui ho occupato l’array con dei dati ma se io avessi avuto l’esigenza di riempire questo armadio ad esempio con un API esterna? Solo con la versione tre di VUE è stato risolto il problema dei contenuti, in quanto nelle versioni precedenti l’oggetto voleva i dati di riempimento, mentre dalla tre possiamo anche valutare di inizializzare un array lasciandolo vuoto, oppure di usare la parola chiave NULL sulla proprietà NODATA o anche come detto di riempire l’oggetto array con dati che arrivano dall’ esterno. Si può fare tutto tranne che utilizzare la parola deleteria UNDEFINED sull’ attributo nodata. A questo punto visto che nella lezione precedente abbiamo visto come stampare i dati potremmo inglobare questo array nella nostra pagina HTML e renderlo funzionale con la sintassi che già conosciamo ossia, cone le famose doppie graffe. E’ buona regola di programmazione inserire i link di collegamento al framework tramite CDN prima della chiusura del BODY in quanto prima si preferisce offrire all’ esperienza utente il completo caricamento della pagina e solo dopo caricare le risorse utili. Quindi avremo prima della chiusura del body il CDN e lo script esterno visto prima:

<script src=”https://cdn.jsdelivr.net/npm/vue/dist/vue.js”></script>
<script src=”index.js”></script>

ovviamente in alto nell’ HEAD ci sarà il nostro CSS VUE che ingloba le classi di formattazione e nel corpo del documento potremmo ad esempio scrivere il codice per leggere a video il nostro primo appuntamento della giornata ossia quello dello shopping dopo una sezione introduttiva, quindi sotto il body ci sarà:

<section class=”todoapp”>
<header class=”header”>
<h1>todos</h1>
<input class=”new-todo” autofocus autocomplete=”off” placeholder=”che cosa devi fare?”>
</header>
<section class=”main”>
<ul class=”todo-list”>
<li class=”todo”>
<div class=”view”>
<input class=”toglle” type=”checkbox”>
<label>{{todos[0].title}}</label>
<button class=”destroy”></button>
</div>
</li>

se volessimo ripetere le attività memo basterà copiare la porzione di codice:

<li class=”todo”>
<div class=”view”>
<input class=”toglle” type=”checkbox”>
<label>{{todos[1].title}}</label>
<button class=”destroy”></button>
</div>
</li>

cambiando l’indice dell’ array. Per vedere l’effetto che fa la nostra prima applicazione andiamo su https://www.farwebdesign.com/vue/todos/ e volendo possiamo anche dare un occhiata al main.css per il nostro abbellimento a video:

html,
body {
margin: 0;
padding: 0;
}

button {
margin: 0;
padding: 0;
border: 0;
background: none;
font-size: 100%;
vertical-align: baseline;

font-weight: inherit;
color: inherit;
-webkit-appearance: none;
appearance: none;
-webkit-font-smoothing: antialiased;
-moz-osx-font-smoothing: grayscale;
}

body {
Helvetica Neue’, Helvetica, Arial, sans-serif;
line-height: 1.4em;
background: #f5f5f5;
color: #4d4d4d;
min-width: 230px;
max-width: 550px;
margin: 0 auto;
-webkit-font-smoothing: antialiased;
-moz-osx-font-smoothing: grayscale;
font-weight: 300;
}

:focus {
outline: 0;
}

.hidden {
display: none;
}

.todoapp {
background: #fff;
margin: 130px 0 40px 0;
position: relative;
box-shadow: 0 2px 4px 0 rgba(0, 0, 0, 0.2),
0 25px 50px 0 rgba(0, 0, 0, 0.1);
}

.todoapp input::-webkit-input-placeholder {
font-style: italic;
font-weight: 300;
color: #e6e6e6;
}

.todoapp input::-moz-placeholder {
font-style: italic;
font-weight: 300;
color: #e6e6e6;
}

.todoapp input::input-placeholder {
font-style: italic;
font-weight: 300;
color: #e6e6e6;
}

.todoapp h1 {
position: absolute;
top: -155px;
width: 100%;
font-size: 100px;
font-weight: 100;
text-align: center;
color: rgba(175, 47, 47, 0.15);
-webkit-text-rendering: optimizeLegibility;
-moz-text-rendering: optimizeLegibility;
text-rendering: optimizeLegibility;
}

.new-todo,
.edit {
position: relative;
margin: 0;
width: 100%;
font-size: 24px;

font-weight: inherit;
line-height: 1.4em;
border: 0;
color: inherit;
padding: 6px;

In uno dei prossimi articoli andremo a visionare i METODI sempre contestualmente alla GESTIONE DEGLI STATI in VUE JS Framework!




E-learning in ambito web developer: quale offerta formativa?

Come orientarsi nel labirinto di enti che offrono in rete formazione e-learning? La didattica online offre numerose piattaforme per l’insegnamento a distanza. Se il focus è orientato a potenziare progetti in ambito web con figure professionali quali web designer, web developer, seo specialist, digital strategist, copywriter, social media marketing e similari rivolti alla comunicazione di rete ma anche agli aspetti tecnici di sviluppo, allora non si ha che l’imbarazzo della scelta. Tra i più famosi ritroviamo ad esempio UDEMY, https://www.udemy.com/, che offre formazione a distanza ogni ambito a costi estremamente contenuti. La qualità dei corsi è elevata in alcuni casi e la didattica è semplificata appoggiandosi a bravi professionisti estrapolati a caso come per esempio https://simonatocci.com/ . oppure a ottimi professionisti come http://www.hidran.it/ . In alternativa ci sono una miriade di piattaforme che offrono corsi mirati in ambito sviluppo e comunicazione web come per esempio https://devacademy.it/ , https://su.video-corsi.com , https://accademiadomani.it/ , https://lifelearning.it/ e molti altri similari come https://www.mrwcorsi.it/ . Per chi non ha problemi con l’inglese ed è in grado di assimilare il cento per cento della didattica certamente si mette in evidenza anche https://www.eduonix.com/ che offre anche percorsi di laurea con materie di studio mirate per raggiungere l’obiettivo. L’utente che sceglie queste piattaforme ha il vantaggio di poter gestire la sua didattica in funzione del tempo e dell’ impegno che può mettere in campo riguardando le lezioni e gestendo il proprio tempo in totale libertà. L’ideale per prendere il massimo dalle lezioni è quello di pensare a dei progetti paralleli da tirare su mentre si assimilano i contenuti dei video per entrare ina sorta di circolo virtuoso dove il tutto da astratto e teorico diventa pratico: non è secondario come obiettivo in taluce circostanze anche quella di approfittare di queste offerte formative per incrementare le proprie conoscenze e proporre a nostra volta un punto di vista inedito sulla didattica, prendendo da professionisti di settore già affermati e modellare le nozioni sulle nostre esigenze. Come sappiamo le professionalità che operano in ambito web sono tante e tutte molto impegnative a livello di differenze, ad esempio c’è un abisso tra chi si occupa di front-end developer e chi invece dal back-end deve gestire anche database e parte di programmazione lato server. Senza contare oggi tutte le nuove tecnologie che premono per mettersi in evidenza e che spesso vengono citate come indispensabili sul proprio curriculum di sviluppatore come Vue, Angular, Node e chi più ne ha più ne metta. Per non citare la programmazione di applicazioni rivolte in ambito mobile con Android piuttosto che il mondo Mac. Insomma l’offerta formativa in questo settore è molto diversificata ma tutte queste piattaforme citate in piccola parte sopra in qualche modo supportano le esigenze del consumatore a dei costi davvero contenuti: nel mondo reale approvvigionarsi con la stessa efficacia di materiali ci costerebbe davvero molto caro traducendo in soldoni. Poi esistono anche autorità come https://www.w3schools.com/ che rilasciano anche percorsi di certificazione che vanno valutati in base alle proprie esigenze. In definitiva il panorama è abbastanza ampio ma il rischio è comunque quello di non riuscire a ottimizzare il tempo perso sull’ apprendimento: è necessaria molta disciplina e costanza applicativa e voglia di mettersi in gioco con progetti concreti per concretizzare il salto dalla teoria alla pratica, per cui il problema di fondo rimane quello di imparare ad imparare nel migliore dei modi senza imparare a memoria alcunchè, ma sviluppando un metodo di lavoro autonomo che ci porta a risolvere efficacemente le problematiche che incontriamo sul nostro cammino seguendo risposte plastiche e adattive. Solo con una certa flessibilità come spirito pregnante saremo in grado di entrare nel settore Problem Solving senza traumi, perchè sappiamo che l’errore in programmazione è l’essenza della professione e che solo costruendo una storia personale basata su come si risolvono queste situazioni si può progredire e migliorare in ambito sviluppo di applicazioni mobili o desktop. In ogni caso il problema di fondo non è legato a quale piattaforma scegliere perchè l’offerta formativa non manca ma come riuscire a intraprendere un percorso di studi che sia il più possibile produttivo ed efficace e su questo ognuno deve lavorare autonomamente con impegno per trovare la propria strada su domande spesso critiche (ad esempio devo concetrarmi di più sull’ apprendimento del mondo microsoft con dot net oppure sul mondo free legato a php e ai suoi cms derivati come Joomla, Drupal, WordPress?) che richiedono una sperimentazione prima di trovare le attitudini più performanti alle nostre inclinazioni. E non manca anche il supporto legato alla grafica e alle dinamiche di prodotti come Adobe che offrono soluzioni legate più alla parte front-end della user experience dell’ utente ad alto impatto per vestire le nostre strutture messe in piedi con le tecnologie più variegate.




Luciano Bianciardi e l’INTEGRAZIONE

“Con la globalizzazione a pozzanghere liquide BCE non si scherza. Bisogna fare i conti con l’economia di mercato e sui prodotti editoriali non è il caso di proporre quella pseudoscienza chiamata sociologia. Se vogliamo rispettare il fatturato la sociologia lasciamola a casa, faglielo capì a marcelluccio tuo. Poi sta storia dello sperpero non va più bene, che facciamo ogni mattina compriamo sei sette giornali quando ne basterebbero tre? E poi il personale. Qui bisogna tagliare di brutto, si fanno mettere incinte appena gli fai il contratto, non va bene!”. A parlare è Gaeta uno dei tanti automi della Milano anni sessanta che lavora come aspirante dirigente presso una casa editrice dove Luciano Bianchi, fratello di Marcello Bianchi quello che rompe le palle proponendo traduzioni americane sul tema della sociologia, si sforza di farsi integrare dalla grande città con grandi riserve, dal momento che quel mostro di cemento e di acciaio permeato di smog non fa altro che restringerti lo spazio dove cammini, mica siamo a Grosseto che puzza ancora di aria contadina seppure le strade anche lì siano soggette a grandi rivoluzioni! L’integrazione è un romanzo per aspiranti scrittori che hanno grossi problemi nel descrivere la loro giornata tipo, si perché Bianciardi qui supera se stesso, non solo riesce con una precisione millimetrica a sfoderare una prestazioni sulle descrizioni tipo di un aspirante impiegato che vuole fare carriera da urlo, ma mentre lo fa ti prende per il culo. Non te ma la società liquida globalizzata bce basata sul capitale che dovrebbe integrarlo e in questo riprende gli stessi temi aspri della critica dei magazzini da svuotare fatta da Pasolini (lo scrive anche dichiaratamente a un certo punto, compravano quello che i padroni gli proponevano in tv). E allora ecco un sarcasmo efferato sui tic dei milanesi che non hanno tempo da perdere e che si fanno telefonare dalla segretaria quando stanno in tiunione per più di quindici minuti per lasciare uscire con un pretesto il visitatore. Il paradosso di questo libro è il risultato ottenuto a fine narrazione: il soggetto che vorrebbe scappare prima possibile da quella orrenda città come nei più perfetti degli ossimori cioé Luciano, in realtà è quello che si farà addomesticare dagli eventi, mentre il fratello suo che seppure dotato di grande talento prometteva fulgide carriere e quella famosa mediazione che il tema del libro (ossia un ponte di collegamento culturale tra il mondo di mezzo con quello di sopra, un trait d’union tra Italia centrale e Milano che fa mondo a parte) alla fine ce lo ritroviamo sconfitto ma finalmente libero dalla firma di cambiali per acquistare i divani della nuova casa e dai cartellini da timbrare correndo ogni mattina come pazzi. Per la teoria degli opposti questo libro parla di alienazione non di integrazione, ma certo è che come nei famosi anni ottanta chiunque avesse un pò di voglia di comprarsi una tv nuova a casa lavorando con impegno non avrebbe certo sudato per trovare un qualunque tipo di attivita giustamente retribuita che gli avrebbe permesso di entrare nel sogno americano della libera iniziativa finalizzata al risultato. E così da profano scopro che queste pagine contengono niente popò di meno che la bomba atomica: tutto il modello di sviluppo che determina i nostri destini adesso era già oggetto di aspre critiche agli albori del mondo quando i mulini che sfoderavano merendine d’oro sullo sfondo di campi fioriti e cieli azzurri colorati avevano persino il pregio di essere reali. Ma alla fine in mezzo a tanta ironia c’è anche la lieta novella, analogamente a quello che accade ai suonatori del Titanic negli ultimi istanti di vita del naufragio: sarà pure un mondo costruito sulla proprietà e sulla produzione e conseguentemente sull’ ingiustizia, ma in mezzo a questo correre per conquistare il Klondike e le sue pseudo miniere d’oro c’è anche il palliativo della perdizione e del divertimento da luna park improvvisati: chi ha detto che sia un male firmare cambiali per sposarsi e mettere su famiglia? Anzi come suggerisce l’autore alla fine del libro, appena sua moglie firma il contratto, si fa pure mettere incinta. Parliamo forse di un mondo ricco di opportunità per emergere e per trarre vantaggi personali da situazioni rocambolesche che possono essere determinate se si ha in testa un pò di sale in zucca? Per rispondere a questa domanda bisogna leggere tutta la famosa triologia di Bianciardi (l’integrazione dovrebbe essere la seconda puntata rispetto ai romanzi il lavoro culturale e il terzo più famoso la vita agra) anche se conosciamo già la risposta che convalida tutte le aspre critiche pasoliniane alla strada intrapresa dal cosiddetto mondo civilizzato. Anche se il mondo di per sè fa schifo (ed è innegabile) cogliete almeno l’opportunità di divertirvi come pazzi, suggerisce la contrapposizione finale tra i due stati raggiunti dai due fratelli a fine racconto, con Marcello il genio costretto a ripiegare sul provencialismo grossetano per salvarsi con mille artifizi da freelance per stare a galla e una condizione giudicata dalla società omologata convenzionale come fallimento e il fratello poco incline a farsi modellare dalla grande città dai condizionamenti occulti (fanno molto ridere ad esempio le frasi che gli somministra il suo capo quando assunto per un nuovo lavoro sul finale del libro deve a sua volta somministrare a chi riceverà altre disposizioni operative le stesse stronzate sulla necessità di giocare in squadra e ottimizzare la produzione per esempio, frasi che Luciano è costretto a ripetere persino al fratello per responsabilizzarlo su piccoli lavoretti che gli passa). A conti fatti è un libro di sorprese e misteri, compreso quello che a un certo punto verso la fine del romanzo si consuma criptico ed ermetico nella famosa piazza Ungheria dove i Bianciardi si trovano coinvolti per aiutare un amico nei guai, anche se il lettore non capirà esattamente di che cosa di fatto si stia parlando, forse un escamotage letterario per dare un destino diverso ai due impavidi avventurieri del nord nel sorprendente finale dove i verdetti sulle aspettative personali vengono rovesciati con il matrimonio a sorpresa di Luciano con la famosa Marisa (a Milano era pieno di Marise, ah ah) pronta a farsi mettere incinta dopo la firma sul contratto a tempo indeterminato! Se c’è qualche anarchico appassionato di distruzione di modelli di sviluppo imperanti, questo libro è parte essenziale nella sua cassetta degli attrezzi rivoluzionari finalizzati a ricontestualizzare il sistema e a rimetterlo in discussione. Bianciardi (che di nome fa Luciano come l’alter ego del suo integrazione, non dimentichiamolo!) al TOP voto otto!




A Monterotondo con Montegrappa edizioni: Nocera Ombrosa e Mauro Carpa finalisti nel concorso letterario “metti un racconto a cena”.

La manifestazione di premiazione del concorso “metti un racconto a cena” edita da Montegrappa edizioni si è svolta il 26 Ottobre a Monterotondo, località nell’ entroterra laziale ricca di colline verdeggianti e di borghi arroccati su attrattivi cucuzzoli non solo per vetuste esigenze pratiche difensive, ma soprattutto per arginare il debordare delle acque che anticamente modificava radicalmente la morfologia del territorio. Presenti aspiranti scrittori da tutta Italia e persino dalla lontanissima Germania, con altissima qualità degli scritti e con sorprese inaspettate tipo il bellissimo racconto del tredicenne Giovanni Laricchia dal titolo “il mondo senza”. Certo gli scritti scelti nell’ inclusione antologica del volume sono tutti intriganti, innovativi e originali. Vediamo come presenta l’introduzione il direttore artistico Anna Ludovici che ha curato la selezione del materiale: una girandola di racconti ci accompagnerà in questa lunga cena letteraria: pennellate di natura, ricordi e sogni, visioni inquietanti, angeli e quasi suicidi…Humor e fantasia, leggerezza e corposità, un vagare trionfante, a volte insolente, mai noioso, tra i meandri della mente e dell’ anima dei nostri scrittori, che vi terranno compagnia, facendovi a volte riflettere, a volte sorridere, emozionarvi e stupirvi in questo lungo pasto serale. Buon Appetito! Il concorso è stato articolato come una sfida: riusciranno i nostri aspiranti scrittori a intrigare in uno spazio ristretto di sole due pagine i nostri commensali serali? La risposta è scontata, visto che la giuria, a causa della qualità elevata dei lavori pervenuti, si è vista costretta ad ampliare il podio a tre posti per farlo diventare di sei! Questa volta il detective più famosi di Collemosso (ovviamente non si deve sapere che questo particolare segugio abita a Colle di Nocera Umbra in realtà, ndr) deve risolvere un difficile caso di corruzione che vede coinvolto l’assessore alla cultura di Nocera Ombrosa (anche qui non si deve sapere che nell’ evocazione dell’ universo carpesco, questa località è la proiezione reale di un CAP realmente esistente, nello specifico 06025 ma non solo, ndr) il petulante Rocco Tamburini, in quel di Spoleto. La sfida mette in evidenza le suggestive bellezze di una località realmente esistente, Castagneto Alta, ma anche la sua dimensione isolata dovuto a un estraneante spopolamento e inutile dire che il crimine di cui si parla nella narrazione è funzionale per mettere in evidenza solo la cornice esterna dei luoghi in cui vive il detective, alter ego catartico dell’ autore. Mauro Carpa in Umbria si impone all’ attenzione dei critici nel luglio del 2018, vedi ad esempio https://www.umbriaway.eu/2018/07/08/premio-hombres-itinerante-e-cdg-ii-e-ultima-puntata-ringraziamenti/, anche se ufficialmente il CARPA DIEM romanzo presente in rete, con una avventura che lo coinvolge a Torino, lo battezza ufficialmente molto prima. Poi nel Settembre 2019 questa proiezione sgangherata dell’ autore fa di nuovo capolino, vedere per esempio il primo posto di Rieti https://www.umbriaway.eu/2019/09/15/premi-letterari-a-rieti-con-montegrappa-edizioni-il-cap-06025-sale-sul-podio-con-lo-strano-caso-del-grifone-di-giada/ e ora il detective continua a far parlare di sé con l’investitura ufficiale della premiazione di ieri. Che dire? Certi personaggi stanno in piedi da soli una volta che dopo mille vagiti vengono messi in pista. Tutto il ciclo di Carpa è accompagnato da una terribile presenza, quella del DRAGO, rappresentazione simbolica del terremoto, che con il suo aforisma principe, la minaccia é più forte dell’ esecuzione, promette potenziali disastri ogni volta che si risveglia da quei dieci-quindici anni di letargo. Se per la cultura occidentale il drago è da interpretarsi come qualcosa di malvagio e demoniaco, in questo racconto compare l’altra versione dell’ ossimoro, quella benefica della culturale orientale, che vede nel drago una creatura mitologica portatrice di fortuna e di buoni auspici, come sarà chiaro dalla lettura del racconto. A noi che lo abbiamo scritto questo noir gratta e vinci dal titolo IL RISVEGLIO DEL DRAGO piace molto, ma con spirito critico devo riconoscere che questa volta i miei colleghi hanno fatto meglio per entrare sul podio! Ecco l’incipit letto durante la premiazione per torturare (o allietare) i presenti:

Castagneto Alta è una Ghost Town situata a 1400 metri sopra Spoleto sulle falde del Monte Cattivo. Con quel nome sul navigatore avrei fatto bene a valutare seriamente di muovermi con maggiore cautela in un terreno per me sconsacrato, ma del resto che pericoli avrei potuto correre in un paesino con 4 case isolate che un tempo era stato una ridente località turistica e che solo ad Agosto riviveva i suoi fasti gloriosi grazie ad impavidi escursionisti? Con il senno di poi posso vedere con quale superficiale valutazione avevo trascurato il mio avversario, l’Assessore addetto ai beni culturali nella cittadina di Nocera Ombrosa, Rocco Tamburini. Un buon detective dovrebbe saper leggere i presagi, i tanti segni del destino che vengono sparsi davanti a lui come tante briciole di Pollicino, ma sulle insidie racchiuse in modo criptico dal cognome del mio potenziale carnefice, scoprii qualcosa solo nella tarda serata di quel Venerdì 17 maggio, quando di colpo entrando in un casolare segnato dal catasto a nome Tamburini, ricevetti una roboante colpo in testa che prometteva di mandarmi anzitempo al creatore. Quando mi risvegliai in uno scantinato buio e salmastro, capii che la triade rappresentata dal giorno del mese, più il cognome del mio indagato, più la località in cui si consumava il misfatto era tarata all’unisono per preannunciarmi una sicura tragedia, dal momento che la mia testa rimbombava esattamente come un tamburo. Non deve ingannare l’idea che ero entrato in una proprietà privata, dal momento che avevo regolare mandato da parte del Capitano Minniti, capo della caserma dei carabinieri di Nocera Ombrosa per operare come consulente esterno in virtù del fatto che Tamburini era il principale sospettato dell’omicidio di Egidio Capasso, noto gallerista locale, ritrovato morto due mesi prima nel suo atelier con la testa fracassata da un prezioso bucchero etrusco. Il tragitto che aveva portato all’identificazione del suo presunto assassino era stato tortuoso e solo grazie a quel colpo in testa subito da un attizzatoio capii che la pista che stavo seguendo era sempre stata azzeccata fin dall’inizio, in virtù di una successione di cause ed effetti in cui la pedina aveva finito per smaterializzarsi insieme a una preziosa collezione di ceramiche villanoviane, fino al momento in cui tutto era confluito verso quel casolare abbandonato. Di riflesso cercai l’arma, ma quando la nebbia confusa negli occhi svanì vidi nella penombra un gigante dissonante seduto di fronte che si trastullava con la mia Phantom. L’essere parlò…

Di sicuro essendo Mauro Carpa funzionale alle mie esigenze di divulgazione rispetto a qualche anomalia presente a Nocera Ombrosa, questa storia del noir appenninico è solo all’ inizio. Nel frattempo il plauso va come sempre a Montegrappa edizioni che ha saputo rivitalizzare con delle sfide avvincenti le necessità impellenti dei suoi autori nascosti nell’ oblio (certo per me è pià facile, avevo già brevettato la LETTERATURA CONDOMINIALE negli anni novanta) . Non solo finction, ma anche turismo perché quando si é invitati a celebrazioni ricche di eventi e di musica come quello di ieri (la premiazione articolata su più concorsi é durata tutto il pomeriggio) l’autore presente vede e conosce posti di cui non sospettava nemmeno l’esistenza! Nel frattempo Mauro Carpa che non vuole essere tumulato dalle forze del male senza combattere, ha già adocchiato la sua prossima performances, coming soon!




Il Coaching Sportivo. La mentalità vincente di un atleta, di Federico Di Carlo, &myBook edizioni

IL COACHING SPORTIVO. LA MENTALITÀ VINCENTE DI UN ATLETA di Federico Di Carlo, scheda internet https://www.andmybook.it/prodotto/il-coaching-sportivo-la-mentalita-vincente-di-un-atleta/, è una guida completa orientativa alle attività agonistiche finalizzata a raccogliere il massimo dalla pratica sportiva che è irta di difficoltà e di insidie. Il cervello è quanto mai complesso da guidare verso un risultato finale da raggiungere attraverso una serie di complicati passaggi intermedi oltre alla pratica del campo: l’allenamento fisico non deve essere disgiunto dalle buone pratiche della mente, che fin da subito, quando si intraprende qualsiasi disciplina, deve essere veicolata verso una serie di buone abitudini. Fortunatamente l’insieme delle problematiche che possiamo ritrovari in qualsiasi sport come tennis, golf, tiro al piattello ma anche il gioco degli scacchi ad alto livello passano lungo una palude lastricate di insidie che bisogna conoscere. Ecco allora comparire la figura del mental coach che va riabilitata in mezzo a tutto il labirinto di guru salvifici, venditori di fuffa e graduati pseudo professionisti con le pareti ricche di riconoscimenti accademici che promettono risultati strabilianti come per le diete dimagranti. Leggendo questo manuale di pronta consultazione il praticante di sport desideroso di migliorare le sue prestazioni non perderà sette kg in sette giorni e non riuscirà chiudendo l’ultima pagina a diventare campione del mondo nella sua disciplina, ma alla fine avrà chiari tutta una serie di meccanismi che spiegano come funziona il cervello e la psicologia di una atleta quando è sotto pressione ed fortemente sollecitato a cercare alibi per i suoi insuccessi. La prestazione sportiva ha bisogno di un lavoro multidisciplinare di conoscenza a partire da chi investe per perseguire un risultato finale. La famiglia di chi pratica sport se abbiamo da seguire un ragazzo ricco di potenziale deve viaggiare all’ unisono con tutto il personale che ruota intorno al potenziamento della prestazione e quindi oltre alla fisiologia degli allenamenti seguiti magari da personale addetto sono necessarie risorse che sbloccano l’atleta dalle sue performances negative quando si presentano. Pensiamo solo alle formule di autosabotaggio che può mettere in pratica qualsiasi cervello quando è sotto pressione, in fondo se rievochiamo le scenate tennistiche di gente come il celebre John McEnroe o casi più moderni ancora recenti come quelli di una rinata Serena Williams che un tempo non disdegnava di spaccare qualche racchetta a terra inveendo contro l’arbitro, capiamo subito come queste strategie autodistruttive siano solo un modo per scaricare una intollerabile pressione interna di fronte a un risultato che sta per favorire l’avversario. Il mental coach deve fare un lavoro abnorme, in primo luogo di conoscenza contestuale di come e dove opera il suo protetto, se si stratta di un giovane atleta deve trovare subito una immediata simpatia con la famiglia che deve organizzare le competizioni per esempio, ma deve preoccuparsi dopo aver visto e visionato tutto il quadro generale anche di costruire una mentalità forte forte nell’ atleta che alla fine del percorso dovrà essere completamente autonomo dopo il trasferimento di conoscenza. Murray ad esempio dopo un lungo lavoro con Lendl aveva trovato una rigorosa stabilità, ma a connubio disciolto, il suo gioco ne ha risentito nelle prestazioni verso la prima posizione ATP. Del resto in una famosa finale persa a Wimbledon da Nadal contro Federer poi riscattata negli anni con gli interessi, lo spagnolo confessa di aver pianto amaramente ma di aver appreso da quella lezione qualcosa di importante. Semplicemente la sua testa era partita durante le giocate decisive dell’ ultimo spezzone di gioco. Perché? Successivamente la paura di perdere e la pressione esercitata dai doveri agonistici e dalla tensione profusa del pubblico è stato un problema su cui lo spagnolo ha lavorato riuscendo a isolarsi completamente da queste interferente interne ed esterne, concentrandosi solo sul saper fare e sul voler essere, l’unico modo per arrivare alla logica conclusione finale, quella della prestazione vincente. Le procedure del cervello vanno esplorate e i processi cognitivi conosciuti, la nostra macchina non è in grado di elaborare con profitto più di sette bit alla volta e spesso si focalizza sul bicchiere mezzo vuoto anzichè su quello mezzo pieno. Il mental coach ristabilisce questo squilibrio e porta il suo assistito a mostrare solo quello che necessita in un rapporto di causa ed effetto per raggiungere la meta finale. Non è di nessuna utilità pratica ripetersi il mantra non ce la posso fare una presupposizione che porta inevitabilmente a un non ce la farò finale e quindi alla inevitabile sconfitta, mentre è molto più utile pensare a comportamenti adattivi durante il gioco che portano a un cambio di prestazione, trasformando una calamità in una opportunità per superare magari il letale dritto lungo linea dell’ avversario con palle corte alternate a palleggi sul rovescio altrui per esempio. Pensiamo solo a che cosa deve fare un tennista quando impatta la palla in frazioni di secondo millesimali, a quale sforzo istintivo di tipo fisico-animale deve farsi carico andando a replicare con colpi veloci ed accurati, automatismi che sono in allenamento sono possibili schedulare e far propri nella psicosomatica delle sensazioni. Il mental coach lavora moltissimo sulle neuroassociazioni e sulla decostruzioni, favorisce la nascita di ancore emozionali vincenti, sa bene quando far leva sul suo assistito per svincolarlo da parallelismi nefasti, come una cattiva dialettica con se stessi ereditata dai modelli culturali imperanti che spesso portano gli sportivi all’ abbandono della pratica agonistica in una società che implora all’ atleta solo di superare il limite massimo senza fermarsi ai gradini inferiori. Saper fare e saper essere, lo sa bene chi incapace di superare i sei metri nel salto in alto trova però il modo di superare il suo record personale da 5 e 30 a 5 e 40, con inevitabile gioia e distruzione di un limite che importante per se stessi e portatore di autostima e fiducia in vista dei prossimi traguardi. Un mental coach avendo a che fare con la conoscenza di materie come antropologia sociologia e psicologia sa bene che nella scatola nera delle persone accadono dinamiche oscure che occorre riportare alla luce per rendere consapevole l’atleta. Lo sport porta valori, fare bene le cose a prescindere anche se son si supererà mai l’asticella al traguardo dei sei metri significa rendersi partecipi di un miracolo avvenuto prima di tutto con se stessi, del resto la cronaca sportiva è piena di campioni che nelle finali di tiro al piattello non sono riusciti a centrare il podio alla prima occasione, ma che nel corso del tempo con la pratica costante e l’allenamento intensivo, sono riusciti a diventare imbattibili nelle competizioni successive. Un libro completo ricco di riferimenti scientifici e delle ultime tendenze del coaching sportivo, un manuale utile anche per chi cerca un professionista serio che operi in favore dell’ atleta, un vademecum che ben si accompagna anche ai lavori precedenti dell’ autore, orientati a risvegliare nell’ agonista di qualsiasi branca quel quid in più in grado di fare la differenza quando c’è in gioco un risultato eclatante. E se condideriamo che in fondo anche la vita di tutti i giorni non è altro che una competizione sportiva, chiunque da questo libro-metafora potrà trarre suggerimenti utili anche per conoscere meglio se stessi e in ultima analisi a migliorare la qualità del suo vissuto. Federico di Carlo ha sicuramente messo in piedi un campionario completo e accurato sulla pratica sportiva finalizzata al risultato, ricco di riferimento bibliografici e delle ultime novità scientifiche sviscerando un labirinto complesso, dove viene offerto al lettore una formula di orientamento per ritrovare la navigazione corretta verso porti sicuri. Il profilo dell’ autore di può raggiungere qui: https://www.andmybook.it/staff/di-carlo-federico/ mentre sul prodotto libro siamo allineati come sempre a un ottima percezione, tanto per restare in tema. Impeccabile infatti come sempre la confezione del prodotto curata da https://www.andmybook.it/pubblicare-libro-book-on-demand/ costola di Caravaggio editore, indirizzo internet: https://www.facebook.com/pubblicarelibrobookondemand/ .




Premi letterari a Rieti con Montegrappa edizioni: il cap 06025 sale sul podio con lo strano caso del grifone di Giada

umbrianoir

Con il primo posto nel concorso ORA TOCCA A TE Mauro Carpa detective privato che vive in vocabolo Collemosso risolvendo con la consueta perizia lo strano caso del grifone di Giada si aggiudica il podio dopo la selezione dei finalisti. Siamo alle prese con un pasticciaccio in perfetto stile hard boiled che vuole ricordare con rispetto il falcone maltese di Hammett, almeno nel titolo, anche se il il falcone maltese diventa grifone di giada per evidenti richiami al territorio. Non parliamo certo del premio Bancarella ma comunque fa piacere verificare che il sottovalutato e sconosciuto Pareto aveva ancora una volta ragione quando forgiando le sue leggi 80-20, asseriva come in questo caso, che l’ottanta per cento degli sforzi creativi che fai in genere confluiscono nel venti per cento di risultati. In effetti moltiplicando le 40 partecipazioni ai concorsi in due anni, e applicando Pareto dovremmo rispettare il numero otto in riconoscimenti ufficiali che scaturisce dalla percentuale indicata seguendo la formula dall’ economista. Mauro Carpa prima non c’era, adesso dopo la terza segnalazione ufficiale è legittimato ad esistere e a respirare e se ne sentirà ancora parlare nel bene o nel male (la seconda che hai detto?) visto che è in contatto con la Gotham City per eccellenza in Italia. Ma veniamo al resoconto della giornata dove l’autore è rimasto favorevolmente impressionato dalla bellezza dei luoghi reatini, dall’ ospitalità delle persone e dalla loro genuina immediatezza. In concomitanza con la fiera dell’ editoria indipendente, che si chiuderà oggi 15 settembre, Montegrappa edizioni, sempre vulcanica di idee e contenuti nei concorsi che propone al pubblico, invitava i suoi finalisti in questa per me sconsacrata località (da intendersi come città inedita sconosciuta mai vista che per arrivarci in treno devi pure rischiare un attacco indiano a Stroncone prendendo la diligenza da Terni, scoprendo poi che Stroncone si chiama così per stroncare i passeggeri quando devono aspettare estenuanti coincidenze per ripartire), ricca di storie e di iniziative turistiche in grado di amplificare le risorse sul territorio. L’obiettivo di http://montegrappaedizioni.com/ è quello di valorizzare lettori e potenziali scrittori, aiutandoli ad affinare il loro potenziale e il pubblico ha risposto bene, visto che oltre a Colle di Nocera Umbra (aho ma che stai a parlà de Los Angeles?) erano presenti finalisti da varie regioni d’Italia, da nord a sud. La presentazioni delle opere finaliste si è svolta con la formula del caffè letterario con il microfono in mano e il sottoscritto privo di un corso di public speaking da sfoggiare nel cv non è si è trovato proprio a suo agio di fronte a una nutrita platea di curiosi nel dover rispondere a un genere letterario se vogliamo inedito e bistrattato, quello della letteratura condominiale, che è una invenzione salvifica che leggittima tutti gli autori a sentirsi i più grandi scrittori del loro tempo almeno nell’ area circoscritta nel proprio condominio, se non va di sfiga ovviamente e al piano di sopra c’è la Murgia. Comunque dopo aver driblato le insidie del concorso pennelli e parole e il successivo tocca a te dove alla fine mi è stato riconosciuto il gradino più alto del podio, assistevo con curiosità alla presentazione delle opere della concorrenza, lette anche a stralci dagli organizzatori, rimanendo impressionato dalla qualità dei partecipanti, della loro ricchezza interiore e dalla loro bravura e capacità nel saper materializzare forme tra le più svariate e bizzarre, un humus fertile che segna anche la perfetta riuscita della manifestazione di Montegrappa edizioni, che sa scavare nel sottosuolo con i suoi concorsi per riportare alla luce anfratti inesplorati. Poi come spesso accade nelle manifestazioni letterarie (ma non solo) dove si incontrano da tutta Italia perfetti sconosciuti pieni di (potenziale) talento ecco affiorare tra i partecipanti personaggi inediti che sanno coniugare musica e parole a livello professionistico: è il caso di JEB per esempio, che oltre ad avere una spiccata sensibilità nella composizione poetica ma non solo, si pone anche come cantante live, autore di musiche e melodie e incontri tematici, noti sono i suoi interventi radiofonici. In rete è un artista molto presente, vedere ad esempio https://musicadalvento.wordpress.com/, https://jebartemusica.wordpress.com/ o https://www.youtube.com/channel/UC3Yks8zN-F0cdKp441_XXSw o anche https://www.amazon.it/JEB-POESIE-VENTO-GIUSEPPE-LAVERMICOCCA-ebook/dp/B078KWDZJ3. Insomma poi quando si porta a casa pure un podio la giornata viene farcita da mille stimolazioni ambientali reatine con in più anche la ciliegina sulla torta (senza un occhio attento alle misurazioni e ai risultati da ottenere qualsiasi attività senza gratificazioni non è destinata a durare a lungo). Pertanto seppure infastidito da queste interviste (ah, ah colpa del segno zodiacale misantropo o delle influenze nefaste di località borderline presenti in prossimità della residenza del citato Carpa). A rendere tutto perfetto e funzionale non poteva mancare che una giornata stupenda condita dal re sole (non Luigi IV), quindi grazie a Montegrappaedizioni momentaneamente (e no devo ancora arrotondare la percentuale di Pareto!) e bravi tutti i laziali nel riuscire a coniugare queste belle iniziative dove cultura, turismo e qualità tutte vengono valorizzate a comporre un cocktail vincente. A si nello specifico devo ringraziare gli organizzatori anche per aver estrapolato dal mio testo sul concorso pennelli e parole solo la parte leggibile introduttiva che si capiva ed era legale, censurando il seguito alla Bukowski, altrimenti tutto il mio pedigree stilistico continuando a leggere la parte finale sarebbe stato sminuito (dalle stelle alle stalle nel giro di poche proposizioni tradotto, ndr). In giornate come questa non possono mancare divertenti aneddoti. Devo ringraziare anche quella partecipante che avvicinandosi a un certo punto con un libro della rassegna pennelli e parole pretendeva da me una firma come autografo sul racconto, ho dovuto spiegare alla signora che nella scrittura condominiale nessun autore è famoso e che quindi fra diversi anni non poteva certo rivendere quella firma su ebay per diventare miliardaria, ma la sventurata ha insistito per identificarmi come autore proprio di quel sacrilego racconto che non è certo al ivello del famoso cagnolino rise di John Fante. Al prossimo appuntamento con le divertenti e utili iniziative di http://montegrappaedizioni.com/. Buona lettura e scrittura a tutti!




Zenit e Nadir nella prosa circolare di Buzzati: quando gli estremi si toccano e diventano complementari

umbrianoirIl deserto dei tartari è uno dei capolavori del maestro Dino Buzzati, opera simbolica, racconta di un giovane militare virgulto assatanato di combattimenti e vittorie che si trova per tutta la vita in attesa di grandi scontri che non arriveranno mai, sino a passare dalla rassicurante figura materna degli inizi della sua carriera di ufficiale a quella della falciatrice a fine carriera. In questo arco di tempo che gli consuma tutta una vita il vero nemico agognato da sempre si manifesta all’ improvviso quasi a insaputa del protagonista (Giovanni Drogo) in una camera d’albergo che simmetricamente chiude nel romanzo l’incipit che nasce sempre in una camera, ma più rassicurante rispetto a quella vissuta alla fine. Stranamente si verifica in questo ricongiungimento nella volta celeste narrativa tra ideali zenith e nadir un miracolo di struttura circolare: all’ infelicità iniziale o se vogliamo inquietudine (che estrapoliamo dalla frase “si guardò allo specchio, ma senza trovare la letizia che aveva sperato“) si conquista alla fine un imprevedibile e sperato senso di serenità (“nel buio, benché nessuno lo veda, sorride“) a formare una sorta di complementarietà architettonica, che deforma la simmetria degli estremi e rimette il kasos iniziale al suo posto precostituito.

L’incipit del il deserto dei Tartari:

Nominato ufficiale, Giovanni Drogo partì una mattina di settembre dalla città per raggiungere la Fortezza Bastiani, sua prima destinazione. Si fece svegliare ch’era ancora notte e vestì per la prima volta la divisa di tenente. Come ebbe finito, al lume di una lampada a petrolio si guardò allo specchio, ma senza trovare la letizia che aveva sperato. Nella casa c’era un grande silenzio, si udivano solo piccoli rumori da una stanza vicina; sua mamma stava alzandosi per salutarlo. Era quello il giorno atteso da anni, il principio della sua vera vita. Pensava alle giornate squallide all’Accademia militare, si ricordò delle amare sere di studio quando sentiva fuori nelle vie passare la gente libera e presumibilmente felice; delle sveglie invernali nei cameroni gelati, dove ristagnava l’incubo delle punizioni. Ricordò la pena di contare i giorni ad uno ad uno, che sembrava non finissero mai.

Epilogo:

«La camera si è riempita di buio, solo con grande fatica si può distinguere il biancore del letto, e tutto il resto è nero. Fra poco dovrebbe levarsi la luna. Farà in tempo, Drogo, a vederla o dovrà andarsene prima? La porta della camera palpita con uno scricchiolio leggero. Forse è un soffio di vento, un semplice risucchio d’aria di queste inquiete notti di primavera. Forse è invece lei che è entrata, con passo silenzioso, e adesso sta avvicinandosi alla poltrona di Drogo. Facendosi forza, Giovanni raddrizza un po’ il busto, si assesta con una mano il colletto dell’uniforme, dà ancora uno sguardo fuori della finestra, una brevissima occhiata, per l’ultima sua porzione di stelle. Poi nel buio, benché nessuno lo veda, sorride.»




Lo strano caso del grifone di giada, Mauro Carpa da Nocera Ombrosa colpisce ancora!

Il fascino dei Sam Spade e del suo autore Dashiell Hammett (perseguitato dal maccartismo e morto nella miseria, questo non va dimenticato, personaggio che di guerre ne aveva attraversate due da protagonista attivo) poi convertito in chiave cinematografica con il mistero del falco dove compare il prototipo di investigatore sferra pugni anni trenta Bogart con la sua sigaretta agli angoli della bocca, tutto il caos provocato dal falcone maltese pubblicato a puntate nella celebre rivista the Black Mask negli anni trenta che fece la fortuna di molti scrittori esordienti poi diventati immortali, non deve ingannare con la quinta affermazione annuale di Umbriaway Consulting che catapulta per la terza volta fuori dai confini regionali la cupa Nocera Ombrosa e il personaggio di Mauro Carpa detective privato dalla concezione nichilistica ma propositivo nel risolvere casi impossibili, notato da un concorso della Montegrappa edizioni. Così come tributo a dei giganti sulle spalle dei nani, il falcone diventa il simbolo di Perugia, il famigerato rapace grifone, ma ciò non toglie che di fatto ci sia ben poco di lineare nello svolgimento della trama, esattamente come accadeva nelle sceneggiature corpose dei primi cult movie sul genere, dove un trambusto di personaggi comparivano sulla scena per fare tanto rumore creando confusione a go go! Ecco dunque come MC risolve brillantemente “lo strano caso del grifone di Giada“, dove il crimine non è finalizzato a smascherare il colpevole con una fine indagine da intellettuali elitari, ma funzionale solo a legittimare gli sfaceli delle miserie del sistema, ovvero la globalizzazione a pozzanghere liquide bce che tanto poco piace a Carpa come modello di sviluppo:

umbrianoir

Ero felice di aver scelto quel giorno particolarmente freddo per prendere quella decisione. Il caldo mi avrebbe ottenebrato la mente. Respiravo l’aria salmastra a pieni polmoni, mentre la City Eye di Salerno ruotava placidamente sul lungomare. Girai la testa verso Vietri, invidiandola.

– Beata te che sei sempre sul mare! – pensai tristemente. Arrivò in ritardo come sempre.

– Scusami! –

– Non preoccuparti. Mi stavo godendo il panorama. Camminiamo? –

– Certo! Ma lasciati baciare! Senza di te non so proprio come avrei fatto a risolvere il caso! –

Il caso a cui si riferiva era quello del grifone di giada, un antico manufatto fatto fare in Persia intorno al 1230 da Federico II di Svevia e finito all’asta da Christie’s per la modica cifra di 15 milioni di dollari. L’acquirente, un ricco magnate indonesiano esportatore di tessuti, di cui Vietri era la referente linguistica per le transazioni e la buona riuscita del business, però non aveva mai ricevuto alcunché essendo il prezioso gioiello sparito la notte precedente alla formalizzazione giuridica del cambio di proprietà. Ovviamente “il monco” un pericoloso pregiudicato residente a Salerno, un professionista nel settore, aveva tentato di far arrivare il grifone fino in Russia dove un mercante poco avvezzo alla fatturazione elettronica, aveva già predisposto come far arrivare nelle mani giuste l’oggetto a un misterioso collezionista. A mettere le mani sul monco ero stato io, ma la domanda che tutti a questo punto farebbero a Vietri potrebbe essere “spiegami perché tu e il monco siete nati entrambi a Salerno pur facendo attività diametralmente opposte, il criminale di rango lui e la traduttrice di lingue te medesima”, invece dissi soltanto:

– Ho portato i documenti da dare al tuo cliente, così può legittimare il passaggio di proprietà del grifone, qui trovi la copia del verbale dell’interrogatorio, dove il monco confessa di aver prelevato il prezioso cimelio e anche le testimonianze incrociate degli intermediari che hanno partecipato al colpo, manca solo il nome del committente, ma il monco è stato chiaro in proposito, dal suo punto di vista semplicemente non ci sono mandatari e ha agito da solo ma io non gli credo –

Le mie parole crearono una sacca di vuoto e tensione sulla sabbia che a quell’ora era poeticamente gremita da gabbiani in transito che ricordavano felici di correre nel cielo liberi e senza inganni, quanto poteva essere bella e semplice la vita. Vietri mi guardò sorridendo e io mi sciolsi come sempre quando lei entrava in modalità “io sono bellissima e tu sei mio, sia per avere quello che mi serve o anche per completare altro”. A quell’altro io non ci ero mai arrivato, anche se lo avevo sognato. La ragazza sui trenta era nel pieno della maturità di donna, con tutte le curve nel posto giusto e due stupendi occhi verdi fiammeggianti in risalto su una carnagione abbronzata impreziositi da superbi capelli corvini da strawamp. Avrebbe potuto fare qualsiasi cosa nella vita, soprattutto la modella, invece aveva scelto di essere soltanto una esperta linguistica per traduzioni internazionali e missioni specialistiche per le transazioni di affari. Qualsiasi tipo di affare. Anche quelli che sconfinavano nel campo delle intermediazioni su oggetti antichi di rilevanza storica planetaria. Mi parlò mentre prendeva i documenti che io gli porgevo:

– Allora vuol dire semplicemente che il Monco dice quello che dice e che non ci sono mandatari, sentenziò lei e comunque non ti ringrazierò mai abbastanza per quello che hai fatto, hai districato una bella matassa, ma come hai fatto ad arrivare al Monco e a recuperare l’oggetto? –

– Bè se ti sei rivolta alla Mauro Carpa investigazioni è perché non avevi dubbi sulla buona riuscita dell’operazione, altrimenti avresti il tuo cliente avrebbe ripiegato su una seconda scelta. Ti dico dopo, adesso accompagnami fino al parcheggio e godiamoci questo stupendo anfratto di città, da noi in Umbria abbiamo solo versanti appenninici intrisi di verde e anche agitati da insani tremori di sottofondo –, conclusi abbacinato da così tanta bellezza non certo riferita al paesaggio.

umbrianoirConoscevo Vietri dai tempi dell’università, l’avevo conosciuta in un campus e seppure ai tempi stessi cavalcando un onda completamente diversa dalla sua, con i miei studi in psicologia, il suo dialetto meridionale e garbato che la relegava a salernitana doc, aveva fatto breccia nel mio cuore e sulla mia rubrica telefonica, evidentemente anche per lei, perché dopo qualche anno mi aveva cercato per risolvere un problema non da poco. La spiaggia salernitana ci camminava a fianco sorniona ricca di aspettative. Il tramonto era uno spettacolo esclusivo da non perdere per chi sapeva decodificare la bellezza di esistere. Mancava poco al parcheggio, incominciai a preparare il gran finale.

– Certo che dal Monco non me lo aspettavo! Come supporto logistico per smaterializzare l’urna da Christie’s è andato a scegliere un ragazzino appena assunto come guardiano, prendendo in ostaggio la sorella. A farli parlare é stato un attimo anche se erano terrorizzati per le conseguenze, il Monco li aveva proprio spaventati a dovere. E comunque il lavoro sporco lo hanno fatto una ciurma di rumeni poco affidabili, con dei tatuaggi sul collo fin troppo riconoscibili, da lì incrociando con l’interpool il database dei criminali in attività siamo risaliti alla banda, che però era stata contattata solo con una transazione via internet. Insomma una missione suicida piena di pecche, alla fine uno dei rumeni scaltro nel campo della sicurezza informatica è entrato nel computer del geometra Carletto Sinagra, in arte il Monco, raffinatissimo fuorilegge noto per il suo codice etico, con residenza a Salerno e lo abbiamo costretto a spifferare. Ma soprattutto abbiamo recuperato il “pacco” sulle sponde del Danubio prima che scomparisse per sempre. Ma ancora qualche conticino non torna…-

Nel frattempo eravamo arrivati al parcheggio e lei mi consegnò la busta con i diecimila euro concordati in pezzi da 500 come parcella per il lavoro eseguito in tempi ultrabrevi, avevamo concluso l’inchiesta in meno di un mese. Chi l’aveva mai visti pezzi di filigrana così corposi in termini di valore? Di questi due terzi se ne erano andati solo per le spese vive, per lubrificazione di ingranaggi e conoscenze specialistiche e costi di viaggio. Pazienza quello che rimaneva era una miseria, ma la mia azione di attacco alla giugolare di Vietri non era finita:

-Vedi c’è proprio una cosa che non mi va giù, questa cosa del tassello finale, manca la supermente criminale che ha messo in piedi questo business!-, dissi giunto ormai a ridosso della mia scassatissima seicento grigia, che avevo trascinato fino a Salerno partendo da Nocera Ombrosa.

-Semplicemente non c’è quindi non ci pensare goditi il tuo meritato compenso!-, disse lei ammiccando ma inaspettatamente giunse a interrompere il siparietto una gazzella dei carabinieri dal quale scese un signore alto gentile che si presento come capitano Minniti. Vidi Vietri sbiancare mentre lui articolava la logica conclusione di quel dramma teatrale:

-Adele Vietri? Cortesemente dovrebbe seguirci in caserma, abbiamo recuperato il vero grifone di Giada in una cassetta di sicurezza a Bucarest intestata alla signora Cezarina Ionesco, abbiamo recuperato anche i video dei sistemi di sicurezza, seppure leggermente ritoccata e con i capelli biondi e occhiali scuri abbiamo l’assoluta certezza che lei la scorsa settimana aveva predisposto uno scambio tra grifoni in zona Danubio, con modalità che adesso ci spiegherà meglio in questura –.

La vita può essere crudele a volte, lei continuava ad essere bellissima anche da criminale e anche se ostentava adesso delle emozioni di odio istintive nei miei confronti con il suo grazioso musetto, io non ero turbato, ma nel mio lavoro non sopporto di essere raggirato. E comunque Salerno continuava ad essere stupenda, malgrado tutto.




Tecniche di lavorazione e produzione della ceramica: il RAKU

Riassunto delle puntate precedenti di FABILANDIA topic ceramica umbria:

1 – genesi antidiluviana: https://www.umbriaway.eu/2019/03/03/al-brillo-parlante-con-la-ceramica-di-fabiola-bisciaio-brevi-cenni-storici-sulla-ceramica/

2 – ceramica villanoviana: https://www.umbriaway.eu/2019/02/23/la-ceramica-questa-sconosciuta-3-ceramica-villanoviana/

3 – bucchero etrusco: https://www.umbriaway.eu/2019/01/07/la-ceramica-questa-sconosciuta-2-il-bucchero/

4 – tecnica decorativa della corda secca: https://www.umbriaway.eu/2018/09/29/la-ceramica-questa-sconosciuta-1-la-tecnica-decorativa-della-corda-secca/

5 – tecniche di lavorazione e produzione della ceramica, foggiatura e biscottatura: https://www.umbriaway.eu/2019/04/05/la-ceramica-questa-sconosciuta-5-parliamo-di-foggiatura-e-biscottatura/

6 – tecniche di lavorazione e produzione della ceramica, smaltatura: https://www.umbriaway.eu/2019/05/11/tecniche-della-ceramica-la-smaltatura/

7 – tecniche di lavorazione e produzione della ceramica, la decorazione: https://www.umbriaway.eu/2019/06/26/il-mondo-della-ceramica-di-fabilandia-la-decorazione/

Questo è l’ ultimo appuntamento con la ceramica e vorrei parlarvi di una tecnica sempre più diffusa nel mondo occidentale: il Raku. L’ origine del Raku è legata alla filosofia Zen e all’ influenza che il buddismo ha avuto nella cultura giapponese. Anche se sembra strano, possiamo dire che l’ origine della ceramica Raku proviene dalla creazione di una tazza per la cerimonia del tè, intorno al XVI sec. RIKYU , era il nome del maestro della cerimonia del tè vissuto in Giappone proprio nel secolo sopra citato. Dobbiamo sapere che la cerimonia del tè era importantissima; infatti il tè che si credeva avere virtù medicinali, era molto raro e veniva usato dai monaci buddisti per vegliare durante le meditazioni: si trattava di offrire una ciotola di tè ( prima solo monaci, poi d’ uso comune tra nobili, mercanti,militari). Questa offerta è considerata simbolo di raggiungimento di un’ armonica bellezza, pace e tranquillità tra l’ ospite e il padrone di casa. Sotto questa ottica acquistano importanza tutti gli utensili usati per la cerimonia. Si crea tutto un artigianato per la produzione di queste ciotole per il tè. La famiglia RAKU è la prima che ebbe la concessione feudale per la produzione di utensili per cerimonie; famiglia che tramanda questa tecnica da padre in figlio.Sempre in questo periodo (XVI sec.) un ceramista di Kyoto usò per produrre ciotole, la stessa tecnica che usava per produrre tegole e cioè ARGILLA ricca di SABBIA SILICEA: ARGILLA REFRATTARIA e un nuovo tipo di forno:PICCOLO FORNO PER UNA COTTURA RAPIDA. Dalla combinazione di queste novità si arriva alla possibilità di ESTRARRE I PEZZI INCANDESCENTI dal forno. Durante il nostro secolo c’ è stata la diffusione del Raku in occidente e a questo punto avviene la differenziazione della ceramica Raku dal tipo giapponese a quello occidentale Raku giapponese: realizzazione del pezzo, con le procedure già viste negli articoli precedenti ( biscottatura, smaltatura), cottura veloce, estrazione e raffreddamento all’ aria Raku occidentale: realizzazione pezzo, biscottatura, smaltatura, cottura veloce, estrazione ed eventuale ossidazione (in questo caso si ottengono pezzi con screpolature) o riduzione( qui si creano lustri e riflessi), raffreddamento in acqua. La cottura va ad una temperatura di 980°C.

Personalmente ho assistito a questo meraviglioso fenomeno della cottura della ceramica Raku…in più occasioni e vi assicuro che suscita emozioni forti e rimani folgorato da questa tecnica che produce pezzi di originale e formidabile bellezza.In Settembre scorso ho partecipato a un corso a Montecastrilli (TR) e ho scattato alcune foto di cui vi voglio far partecipi. Nella gallery si vede il pezzo finale nella prima foto poi in sequenza abbiamo estrazione dei pezzi incandescenti, il pezzo viene fatto rotolare e raffreddare sulla sabbia, pulitura e pezzo finale

Fabilandia è contattabile in rete all’ indirizzo https://www.facebook.com/fabilandia.fabilandia oppure informazioni sono reperibili all’ indirizzo https://www.umbriaway.eu/fabilandia_ceramic_history/ oppure https://www.umbriaway.eu/fabiola-bisciaio-ceramica-umbria/